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E oggi a raccontare il suo Natale de ‘na volta è Irene Temperini. Romana di origini, viterbese di adozione. Presidente dell’associazione Pro Loco Viterbo, responsabile degli eventi culturali della basilica santuario Santa Maria della Quercia, mente e cuore dell’info point Pro Loco in via San Lorenzo. Una mente a dir poco vulcanica, e un cuore che batte forte per la storia di quella che è diventata anche la “sua” Viterbo. Irene ci confida i suoi ricordi di quando era bambina. Leggiamoli insieme.

Scrisse qualcuno che la cosa peggiore che possa succedere la mattina di Natale, è svegliarsi e non essere un bambino. Forse perché quella spensieratezza, quella gioia, quell’innocenza ed ingenuità appartengono all’infanzia della vita, ed è sempre più difficile con gli anni che passano, vivere il momento delle feste senza pensare a chi non c’è più, come se quei giorni fossero un amplificatore. Oggi, il mio Natale a Viterbo è sempre pieno di cose ed iniziative da organizzare, di gruppi e turisti da guidare ed accompagnare, anche se la cosa che amo di più è senz’altro organizzare quella meraviglia che è la mostra dei 100 presepi nel Santuario di Santa Maria della Quercia. Ma il mio Natale di una volta, romana di origine, viterbese di adozione, lo trascorrevo in famiglia, andando a zonzo nelle vie illuminate di Roma, al cinema, e tanto tempo a casa, con zii cugini e nonni, alternando pranzi e cene. La costante in tutte le case era che ci si sbrigasse a mangiare per poi sparecchiare e finalmente giocare. Ecco, se c’è una cosa che distingueva il periodo delle feste da tutti gli altri nello stare insieme, era il gioco. Si iniziava coi giochi che potevamo fare tutti, grandi e bambini, tombola, passacavallo, trentuno, per poi arrivare, con l’arrivo della notte, a quelli seri, come bestia e sette e mezzo. Lì cambiava proprio l’atmosfera, perché si giocava a soldi, e si cominciava a fumare nervosamente e si alzavano le voci. L’ambizione per noi bambini erano quei tavoli lì, ricoperti di stoffa verde. Quella stoffa verde era affascinante e desiderata come un’investitura, significava esser diventati grandi. Dapprima si affiancava un adulto, che solitamente era uno zio/zia, entrando “in società”, dimezzando investimento e rischio, e poi ci si affrancava, totalmente, nella tarda adolescenza, e quando ti venivano date le carte da solo, ecco lì, in quel momento esatto, tu capivi che eri diventato grande. E quindi potevi vincere da solo, ma anche perdere da solo. E certe sconfitte bruciavano, come pagare la bestia con il nemico più infame del gioco, “il tre secco”, che doveva dichiarare la resa all’asso calato alla prima mano. Al pensiero di quei Natali, il ricordo più dolce, più vivo, più ricorrente è quello di mio nonno, scomparso nell’88 d’infarto a casa mia, d’estate, il primo giorno delle vacanze, quando io avevo 10 anni. Lui, capo reparto in Banca d’Italia, era la persona più dolce del mondo, ma come tutti i buoni, se tu lo facevi arrabbiare, quei momenti lì, li ricordavi in eterno.

Irene insieme al nonno al mare

Padre di mia madre e di altre tre figlie femmine, è stato il mio secondo padre, e ci sono ricordi nel cuore che niente e nessuno potrà mai cancellare. E solo adesso che ci penso, scopro di essere tanto simile a lui. Nel suo amore per la cucina, nella cura per ciò che amava, nella gioia di vederci tutti insieme a Natale e nel suo abbraccio, che ti dava quella sensazione di essere al sicuro, protetta da tutto e da tutti. Il ricordo di oggi, mentre mi preparo a vivere il prossimo Natale che come da tradizione profumerà di brodo, fritti, di mandarini e soprattutto della felicità di ritrovare voci e volti cari, soprattutto quelli dei miei nipoti, va a quel tavolo verde, dove se ci penso bene ho imparato moltissimo. Che quando la fortuna dice no, invece di tirare le carte all’aria ed innervosirsi, si gira la sedia tre volte (gesto scaramantico/apotropaico, che a Roma si tramanda di generazione in generazione), o si esce a fare una passeggiata. Che qualsiasi rischio tu voglia correre, i conti poi li paghi tu; ma soprattutto quello dove impari che il tre da solo, senza un amico dello stesso colore, squadra o famiglia, non va proprio da nessuna parte. Perché mai, come in questo periodo, si vince solo restando insieme.

Irene Temperini

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La NarrAutrice

Da giornalista e narratrice di comunità mi piace scrivere e raccontare storie. Di ieri e di oggi. Non solo le mie.