Qualche giorno fa mia figlia Chiara mi ha telefonato per dirmi che Cristina Pallotta avrebbe avuto piacere di ospitare un mio racconto sul suo blog La NarrAutrice con i miei ricordi della Befana di quando ero bambino.
La mia prima reazione è stata quella di dire di no, perché ero convinto di non aver niente da raccontare, poi mi sono ricordato che per Capodanno sarebbero venuti a casa nostra mia sorella Clara e suo marito. Pensando che avremmo potuto scrivere insieme, aiutandoci reciprocamente a ricordare, ho accettato la proposta di Cristina. E ho fatto bene! Anche mia sorella ne è stata entusiasta. Finito il pranzo di Capodanno ci siamo seduti davanti al camino acceso tutti e quattro: io, mia moglie, mia sorella e suo marito, e sono iniziati i racconti.
Parlando parlando, sono tornati alla mente ricordi che pensavamo dimenticati e che molto volentieri condividiamo con voi.
Mi ricordo che quando stava per arrivare la festa della Befana, diversi giorni prima, pensavo e ripensavo a quello che avrei voluto mi portasse, a volte era un trenino, a volte un vestito da cowboy con il cappello, una stella da sceriffo da spillare sul petto, un paio di stivali con speroni per spronare al galoppo un bel cavallo dal manto nero. Ma il regalo più bello che avrei voluto avere, era un triciclo con cui scorrazzare per tutta la casa. Purtroppo ogni volta restavo deluso perché sul tavolo trovavo solo un piccolo fucile che sparava un tappo di sughero e una calza con all’interno mandarini, fichi secchi e alcune monete di cioccolata.
Una volta trovai con piacere una vespetta di latta, con una chiavetta laterale che serviva a darle la carica, una volta caricata partiva a gran velocità in una unica direzione, fino a quando incontrando un ostacolo si fermava sgommando; allora intervenivo per cambiare la direzione e lei ripartiva per un’altra corsa tra le gambe del tavolo e delle sedie.
Ma il ricordo più bello, anche se ormai un po’ lontano, è quello di un camioncino di legno dal muso piatto, con un cassone che avevo riempito di dolcetti, caramelle e cioccolatini. Lo trascinavo per casa, felice quando i grandi prendevano dal cassone i dolcetti facendo finta di mangiarli, per poi riporli nuovamente al loro posto. Il camioncino naturalmente lo aveva fatto il babbo falegname. Passava il tempo, io crescevo e insieme a me cresceva anche l’oggetto del mio desiderio, il triciclo divenne una bicicletta come quella che aveva ricevuto mio cugino Tonino, ma che io non ebbi mai.
Facevo la corte a mio cugino sperando di poter fare almeno un giretto sulla sua bici, ma lui gelosissimo, non me lo permise mai. Questo desiderio di possedere una bici non si realizzò mai per mancanza di possibilità. I miei genitori aveva ben altro da pensare. Ma non abbandonai mai la speranza di fare un giretto in bici. Tanto che mi trovai a consolarmi con altri stratagemmi. Mio padre aveva il suo laboratorio di falegnameria appena fuori le mura del paese. Capitava che persone provenienti dal contado, quando venivano in paese per fare la spesa, chiedessero a mio padre se potevano lasciare la loro bicicletta in custodia davanti alla falegnameria. Allora io, specialmente in estate, quando la scuola era chiusa, approfittavo dell’occasione per farmi un giretto di nascosto. Le strade non erano asfaltate ma carrarecce e piene di buche.
Cadere era quasi inevitabile, soprattutto quando hai fretta perché devi riconsegnare la bicicletta prima che il padrone ritorni, senza che qualcuno ti scopra.
Per cui la bici ritornava sì al parcheggio, ma con qualche problemino, il manubrio piegato o una ruota bucata o scatenata.
Ma non sempre mi andava liscia, spesso trovavo mio padre ad attendermi sulla porta della falegnameria, e quando lo vedevo da lontano, già sapevo che ne avrei prese di santa ragione.
Purtroppo la Befana non portò mai la tanto desiderata bicicletta, ma il desiderio di possederne una non svanì mai, così un bel giorno a quarant’anni di età, riuscii ad acquistarla con i miei soldi.
Certi sogni non smettono mai di chiedere di essere vissuti, qualunque sia il modo in cui arrivano.
Sestilio Gnignera