Nella scatola dei ricordi di Paola Massarelli c’è custodito uno scritto del suo papà Giovanni. Un tema per la precisione, che racconta un Natale di tanti anni fa. Grazie Paola per aver condiviso con noi questa bellissimo ricordo.
U n N a t a l e di 7 0 a n n i f a. Avevo 10 anni, ora ne ho 80 e a volte quando ricordo quel Natale mi sembra un sogno.
Ora le vetrine sono piene di regali a volte inutili ma che ci affanniamo puntualmente ogni anno ad acquistare.

Luci, alberi di Natale e soprattutto, grazie a Dio, possiamo permetterci di mangiare di tutto. Sulla tavola non manca il panettone, il pandoro, il torrone, cioccolata, carne di ogni genere. Il mio Natale da bambino era molto diverso, il clima di festa iniziava diverse settimane prima, specialmente a scuola dove si cominciava a preparare la “Letterina di Natale” da mettere sotto il piatto di mio padre la sera della Vigilia. Era un lungo lavoro perché si doveva disegnare e poi colorare con i pochi e scadenti colori a disposizione, ma il lavoro più difficile era scriverla con il pennino e l’inchiostro cercando di non macchiare la carta, altrimenti si doveva ricominciare tutto daccapo. Quando la letterina era completa, si studiava una poesia natalizia da recitare in famiglia per le feste.
Nelle case i preparativi si limitavano a ben poco, non c’era il problema dei regali tanto in casa eravamo in dieci: otto figli, di cui io ero il più piccolo, la Mamma e il Babbo. I preparativi si concentravano sulla preparazione dei cibi e delle bevande, alcuni giorni prima si schiacciavano le noci e le nocchie che dovevano servire a preparare il piatto più caratteristico del Natale Viterbese, “i Maccheroni con le noci” e il Pangiallo” a cui si mescolavano miele, noci, nocciole, canditi,cioccolata, tutte cose che mia madre cominciava a mettere in dispensa appena arrivava l’Autunno. Un’altra cosa che preparava erano dei liquori come il “Nocino”, che si cominciava a preparare a giugno, infatti la tradizione dice che il 24 giugno, a San Giovanni, si mettevano alcune noci ancora
acerbe con molto alcool che si acquistava alla famosa “Gorziglia”. Dopo una lunga preparazione il liquore era pronto da bere per Natale, così il “Mentolino” con le foglie di “Mentaverna”.
Per me era già festa nel vedere mia Madre schiacciare le noci e le nocchie.
Poi mia sorella più grande aiutava noi piccoli a preparare il borsellino per le mance. Si prendeva una pezza di stoffa a forma di rombo, si cucivano insieme tre angoli e il quarto serviva da chiusura, utilizzando un automatico si aggiungeva una cordicella che serviva per mettersi il borsello al collo lasciandolo ciondolare sul petto, in modo che fosse facile introdurvi qualche monetina.
L’albero di Natale nessuno sapeva cosa fosse e pure il presepe era un lusso riservato a pochi. Io quell’anno avevo un grande desiderio, avere un persepe nella mia casa: vendevano in cartoleria dei manifesti con sopra la Capanna, la Stella Cometa, la Natività, le pecorelle ed i pastori che si ritagliavano e si incollavano poi con acqua e farina, sopra a un cartone che costava 10 Soldi.
L’idea nacque il giorno della fiera di S.Rosa quando trovai in terra un soldo: non mi pareva vero, il primo impulso fu quello di comprare qualcosa alla fiera (noccioline, visciole castagne secche e frutta candita, ma poi pensai di risparmiarlo per realizzare il presepio. Cominciò la scuola, passavo tutte le mattine davanti alla bottega di un falegname; pensavo chissà se dopo la scuola potevo fargli qualche lavoretto e guadagnare i soldi per fare il presepio.
Non avevo il coraggio di chiederglielo poi una mattina insieme a mia madre entrai e parlai con lui. Fu un successo. Quando potevo, dopo la scuola, andavo da lui: imbustavo la segatura, facevo
piccole commissioni e intanto oltre a imparare finalmente avevo 10 soldi e potei comprare il manifesto. Tutta la famiglia, eccetto mio padre che non ne sapeva niente, era impegnata nel costruire il presepio, chi tagliava chi incollava i personaggi sul cartone con colla fatta con acqua e farina. Poi nelle campagne a trovare il vellutino, il muschio che serviva per preparare la base. Tutto questo all’insaputa di mio padre perché doveva essere una sorpresa. Dopo qualche giorno era pronto per me il più bel presepio del mondo con tutti i personaggi, una spruzzata di farina per far finta che aveva nevicato, nella capanna la Madonna con San Giuseppe, e il bambinello lo avrebbe conservato la mamma e deposto nella mangiatoia il 24 dicembre.
Arriva mio padre e la mamma gli disse:
Nazzarè (Nazzareno), guarda un po’ dentro la sala che combinò Giovannino. Lui entrò, noi tutti dietro, vidi i suoi occhi lucidi e la sua mano mi accarezzò; mia madre uscì asciugandosi le lacrime con il grembiule della cucina e ci disse: È pronta la cena.
Quella sera mangiavo la pizza dolce di patate. Ogni volta che la mangio o ne sento il profumo penso a quella sera. Mio padre prima di cenare disse una preghiera.