Dark Light

Ero convinta fosse una dottoressa. La dottoressa Caterina de’ Medici. Quando mia madre mi comprò quel vestito, per quel carnevale di non so quanti anni fa, non avevo mai sentito parlare della nobile casata fiorentina.

Avrò avuto sette, otto anni al massimo. Un vestito elegante. Importante. Nero e rosso. Con delle balse in velluto. Aveva anche il cappello, con le stesse rifiniture. Mia madre me lo comprò al Corso. Al negozio della signora Montesi. Dove ora si trova Rompietti. C’era li dentro un odore che si distingueva. Non ricordo quale fosse. Uno di quegli odori che caratterizza un luogo, un locale. Che trovi solo lì dentro e basta. Vendeva cose per la casa, giocattoli, palloni, e d’estate cose per il mare. Vestiti di carnevale in inverno e tutti gli accessori caratteristici del periodo. Manganelli, coriandoli, strisce filanti. Schiuma. Maschere. Spade. Ricordo di averci comprato anche una spada. Mi serviva per immedesimarmi al meglio nel ruolo di Simone Lorene, la Stella della Senna.


Il resto del costume, quello della bionda Simone, lo avevo personalizzato: il body era di mia sorella. Quello con cui aveva fatto il balletto con le scuole, a Roma, allo stadio Olimpico davanti al Papa, per la Giornata della Gioventù, il 12 aprile dell’84. Il mantello era un lenzuolo colorato, preso di nascosto dall’armadio della biancheria. I capelli erano quelli della parrucca che mia madre mi aveva comprato insieme al vestito di donna Caterina (de’ Medici). Quando mi chiedevano da cosa fossi mascherata, tagliavo corto e dicevo da principessa. Ero fiera di quell’abito. Lo sfoggiavo orgogliosa alle feste in maschera. A scuola principalmente. Anzi, senza principalmente. A scuola e basta. Alle elementari. Il martedì e il giovedì grasso. Quando si festeggiava il carnevale. Quando era diverso il carnevale. Mi ricordo che in quei due giorni uscivi a tuo rischio e pericolo. Dovevi fare attenzione a evitare bande di 40/50 ragazzi con i motorini, e anche a piedi, che giravano per le vie del centro carichi di uova e farina, muniti di manganelli. Per il Corso non avevi scampo. Negli ultimi anni questa usanza si è andata perdendo. E quei due giorni “grassi” sono diventati normali. Ma per fortuna sono tornati i carri. E le maschere. Il mio vestito è piegato alla perfezione dentro la sua scatola. Sta sopra l’armadio a casa dei miei. Sta lì, da quando l’ho indossato l’ultima volta. Tutti gli anni passati si sono depositati sopra quella scatola. Polvere. Si chiama polvere la certezza del tempo trascorso. E penso alle bottiglie di vino in cantina. Più polvere c’è sopra e più valore acquista quella bottiglia con il suo contenuto. Più o meno quello che accade alle cose del tuo passato che un tempo hai deciso di non buttare. Quando le vai ad aprire sai già che lì dentro c’è qualcosa di prezioso. Sinceramente del vestito di Caterina de’ Medici non me ne importa così tanto, ma è comunque un ricordo che fa parte della mia infanzia. Di quel tempo trascorso, scritto nella memoria, fermato grazie a delle benedette foto. Già! Le foto!! Quelle che una volta si stampavano  o che facevi direttamente con la Polaroid. La sono andata a cercare quella foto. E l’ho trovata. Dietro c’è scritto “martedì grasso 1983”. A volte basta un pretesto. Un semplice pretesto per togliere un po’ di quella polvere che si stava depositando nella mente. Basta una data, un frammento di un ricordo inciampato per sbaglio tra un pensiero e l’altro, ed ecco che anche un vestito, sì anche il vestito di carnevale di Caterina de’ Medici, serve a regalarti un sorriso, facendoti tornare per un istante a quando eri bambina. Convinta per un giorno di essere una vera principessa.

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