Dark Light

Abbiamo respirato insieme per quarantadue anni, anzi per quarantadue anni e nove mesi. L’amore viscerale che ci ha unito io l’ho sentito anche quando ero nella tua pancia. Qualcosa di inspiegabile, e forse anche per questo insopportabile da quando te ne sei andata.

Io non lo ricordo visivamente il nostro primo natale insieme, avevo due mesi. Mi raccontavi però di avermi voluto battezzare pochi giorni prima, proprio perchè quel clima gioioso mi accompagnasse tutta la vita. Non ci hai preso molto mamma, caratterialmente tutto sono tranne che gioiosa.

Sono certa invece di essere stata avvolta da tutto il tuo amore, infinito oltre ogni logica, che è stato il perno di tutta la mia vita. Sono stata profondamente amata, e vale molto più dei regali di Natale.

Che poi, i tuoi non erano mai delle sorprese, forse perchè curiosavo troppo! Quei pacchi maldestramente nascosti in cima all’armadio, che si vedevano ed io facevo finta di niente, fingendo di essere sorpresa al momento dell’apertura. Non so come facessi ad azzeccare sempre ciò che avrei voluto ricevere, che io la letterina a Babbo Natale ho iniziato a scriverla da grande, sempre tutto al contrario faccio! Ma avevi questo potere, e mai niente era fuori posto.

Si scartavano però il 25, che la vigilia si andava alla messa di mezzanotte. Quanto non ne avevo voglia, ma tu mi dicevi sempre: “dai che poi alla fine di fuori danno la cioccolata calda che ti piace”, ed io venivo con te. Cappotto doppio petto blu, e dopo neanche cinque minuti dall’inizio, eccomi che mi addormentavo con la testa sulle tue ginocchia, costringendoti ad ascoltare tutta la celebrazione seduta. Il tuo odore, il mio rifugio.

A Natale sono sempre stata svegliata dal profumo del tuo ragù, che le fettuccine fatte in casa erano da tradizione. Io mica l’ho mai capito a che ora ti alzavi per preparare tutto, ma eri sempre un fiore. In cucina, con il tuo grembiule rosso e le mani sporche di farina, che per te tutto era facile e io goffamente riesco a non far cadere la frittata quando la giro.

Che meraviglia quelle giornate, la nostalgia mista al profumo di cannella dei tuoi dolci e all’impotenza di chi non può tornare indietro. In un mondo in cui non si desidera niente, io vorrei solo tornare a quando eri con me, quando mi sentivo invincibile perchè c’eri tu al mio fianco. L’amore resta, ma resta anche quel vuoto che dilania l’anima.

Tutti uguali, tutti perfetti, i natali della mia infanzia pieni dei tuoi abbracci. Dei tuoi occhi pieni di gioia nel vedermi felice, del tuo cuore pieno di orgoglio quando gli altri ti dicevano “è proprio educata la tua bambina”, del tuo sorriso che faceva capolino sul tuo viso ogni volta che mi guardavi, praticamente sempre.

Le consuetudini, tramandate di generazione in generazione, perché chi viene dopo sappia che il bello c’era anche prima. Il vestito di velluto rosso, chi non l’ha avuto? Io non lo amavo particolarmente, le ballerine di vernice nera anche meno, ma era la mia salvezza. Riuscivo a sporcarmi sempre con il cibo, non c’era niente da fare, e tu fingevi di non vedere le varie macchioline, tanto eri una maga anche del bucato.

Ed il vestito di velluto lo abbiamo regalato anche a Elisabetta, ma blu perché rosso non lo abbiamo trovato, ma tanto era bellissimo lo stesso. Alla mia Costanza abbiamo aggiunto le scarpette rosse, al suo primo Natale aveva un mese ed era un batuffolo meraviglioso.

Con l’arrivo di Elisabetta, la tua prima nipote, il Natale è diventato una caccia ai regali. Io avevo appena iniziato l’università, e ne avevo di negozi a Roma da girare. Via del Corso, Viale Somalia e quei piccolissimi negozietti dove trascinavo le mie amiche romane alla ricerca del dono introvabile. E la tua raccomandazione sempre la stessa: “compra cose diverse da quelle che hanno a Civita, mica le possiamo fare uguali a tutti”.

“Incarta tu Giù che sei brava”, ore passate così, nastri e nastrini e di corsa a nascondere tutto in cameretta, che tanto c’erano le scale per salire e non ci veniva nessuno. Praticamente la mia stanza diventava una sorta di magazzino di Babbo Natale, dovevo anche fare attenzione a dove mettevo i piedi. Quanti anni così, tutti meravigliosamente uguali.

La mia Costanza te la sei goduta poco, o forse tanto quanto basta per essere rimaste una nelle vene dell’altra. Mi hai sempre rimproverata di aver aspettato troppo nel metterla al mondo, ma l’amore non è dato dalla somma dei giorni, e lei ti somiglia più di quanto io potessi immaginare. Ha gli occhi dei Tentella, quel segno che vi distingue in mezzo alla folla, e nei suoi ci sei te, ci sei sempre stata te.

Con lei non c’era la caccia ai regali, mi dicevi “comprale quello che le serve e ti restituisco quello che hai speso”, ma non c’era un limite. Avrei potuto prenderle qualsiasi cosa, e tu non avresti fatto un fiato. Sei sempre stata così, così profondamente diversa da me. Riuscivi a non farmi pesare niente, neanche i Natali in cui Costanza non c’era.

Le festività dei figli dei separati sono così, anni alterni un Natale qui e uno lì, come dei pacchi. E tu, negli anni in cui eravamo io e te, fingevi che andava tutto bene, ma la vedevo la malinconia che attraversava i tuoi occhi quando mi dicevi: “chissà Costanzina di nonna cosa starà facendo”.

Il primo Natale senza te, anche senza Costanza. Io vorrei solo che passasse presto, senza te non è e non sarà mai la stessa cosa. Forse ti passo a trovare, forse no, vorrei solo sentire in qualsiasi modo il tuo abbraccio e la tua voce dirmi: “dai Giusina, che superiamo anche questa”.

 

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