24 dicembre 1965
“Caro giornalino, tu questa sera mi sei stato regalato da “Babbo Natale”, e fra tutti, sei il regalo da me preferito. Ti nomino mio “confidatore”, si, perché è a te che io confiderò tutte le mie gioie, le ansie, e le sventure, e quindi voglio che nessuno ti legga.
Ma passiamo subito ai fatti, e veniamo al nocciolo del discorso:
-Dunque, la giornata è passata come tutte le altre, ma a la sera (caso strano) la mamma e papà mi hanno fatto vedere la televisione, con i nonni e gli zii.
Io vedevo la televisione ma dentro di me, che curiosità! Fremevo di sapere che cosami avesse portato babbo Natale, a un certo punto poi, mia sorella andata a curiosare in sala da pranzo, e io l’ho seguita, e…che meraviglia!
Sotto il caminetto stavano un mucchio di regali, papà mi ha detto: – cerca i tuoi regali ed aprili- io certo che non me lo sono fatto ripetere 2 volte, e mi sono messa subito al lavoro.
E mentre ognuno scartava i suoi regali esclamazioni di meraviglia si manifestavano in tutta la sala: poi si è sentito un pianto, ero io, che abbracciavo la mamma, non volendo mi ero fatta scendere qualche lacrimuccia sul viso.
I regali che ho ricevuto sono stati: “un pigiamino celeste di flanella (almeno credo), un completo per ricamare, un paio di calzettoni bianchi, e infine tu sei stato fra tutti il preferito, (ma non mancavano i dolci naturalmente, e che rosolio!).”
Poi a mezzanotte e rotti sono andata a letto sognando, regali, dolci e balocchi.
Dicembre 25- “Natale”
Questa mattina mi sono alzata alle 10, ho fatto un’abbondante colazione e poi sono andata a Messa. All’una e mezza ci siamo messi a tavola, e dopo un abbondante pranzo ci siamo alzati da tavola alle 3 precise.
Venuti a casa ci siamo messi a giocare, e fatte 2 partite a tombola, papà ha acceso il caminetto, e la mamma ci ha fatto sentire un po’ di musica di Betoven; in quell’attimo un amore e un’intimità regnava nella nostra piccola casetta. Poi ho visto la televisione, ho mangiato e dopo…
Ci siamo messi a giocare a tombola, e allora che fracasso! Che baldoria! “chi urlava Terno! Poi Quaterna! E ancora dopo al momento di far Tombola: …vado per tre, vado per due, per uno, per me butta 27, butta 14 per me altrimenti non faccio tombola e poi alla fine: Tombola!”
Però nonostante tutto mi sono divertita moltissimo.
Devo frugare un bel po’ nella mia testa per riportare alla mente i Natali di quando ero bambina perché sono passati molti anni e gli si sovrappongono prepotenti e vivi quelli di quando erano bambini i miei figli, più recenti, e anche molto simili ai miei perché le tradizioni sono rimaste le stesse.
Ma certo pensando al Natale di una volta una cosa è sicura, che fosse come tutte le cose di allora: seguiva con pacatezza, con ordine, tutte le date del calendario, il passare confortante delle stagioni, e l’atmosfera propria del Natale era sì gioiosa ma serena. Adesso invece sono molti anni che lo vedo arrivare “minaccioso” perché il 24 dicembre pare che giunge all’improvviso e ti coglie di sorpresa, con tutti i regali da fare, e tu che non hai avuto tempo di pensarci prima, e oltre ai regali per i tuoi cari ci sono quelli per le persone che sono state carine con te durante l’anno e tu vorresti ringraziarle per la loro gentilezza e la loro attenzione nei tuoi riguardi ma sono sempre le stesse e ogni volta ti rompi il capo a trovare qualcosa di nuovo, che può far piacere, in un epoca in cui tutti hanno tutto.
E poi fai l’albero, che non sarebbe niente se non fosse che devi tirare fuori non so quante scatole di addobbi ben nascoste perché tanto servono una volta l’anno e il presepio, e come minimo devi cercare il muschio e liberare il mobile dove lo allestirai…e così via.
Oppure era perché erano i grandi che si occupavano di tutto e noi bambini eravamo solo i beneficiari della festa e quindi non percepivamo, dove ce ne fossero state, preoccupazioni o pressioni.
Papà faceva il Presepio e l’albero, sempre originali e diversi: l’albero quasi sempre era un ramo di quercia dipinto, anche perché un albero vero dei primi anni, un cedro del Libano, lo avevano poi piantato in giardino e si era trovato così bene da essere cresciuto a dismisura e troneggiava all’ingresso della casa. Il Presepio era qualcosa di costruito, una volta fu una scenografia sospesa nel vuoto, una cornice sulla Natività.
Raccoglievamo le palluccole delle Querce che diventavano volti di angioletti ad allietare il presepio.
Noi aspettavamo Babbo Natale e la Befana, ci ho creduto fino alla licenza della quinta elementare quando la maestra raccomandò vivamente a mia madre che era ora di dirmi che erano una finzione, io ne avevo difesa a spada tratta l’esistenza con le compagne di scuola, anche di fronte all’evidenza del racconto di una compagna che diceva avere visto i suoi genitori che le mettevano di notte la bambola in fondo al letto, io le avevo risposto che forse Babbo Natale l’aveva lasciata in corridoio per la fretta e loro, trovatala, gliela avevano messa sul letto perché la trovasse subito la mattina del 25 al risveglio.
Perché Babbo Natale mica passava da tutti alla stessa ora, da noi arrivava la sera del 24, dopo cena. In salotto, e lasciava i doni sotto il camino.
Ho scoperto che da qualcuno passava prima di cena, che tristezza ho pensato, senza tutta quell’aspettativa che si crea e si percepisce nell’aria e non si vede l’ora di finire anche il dolce di rito mentre ci si chiede quando passerà? Sarà già passato e non l’abbiamo sentito?
Io ero così certa dell’esistenza di babbo Natale e la Befana perché una volta che questa mi aveva portato un regalino per un dentino caduto io ci avevo anche parlato!
Quando cadeva un dentino si metteva via per la befana e, a prescindere dalla data canonica del 6 gennaio in cui portava i doni a tutti i bambini, in quest’altra occasione lei passava, prendeva il dentino e lasciava un piccolo regalo, e una volta erano un paio di pantofoline che lei faceva scendere dal camino mentre chiedeva alla mia mamma se ero stata brava e le meritavo. Era papà che dal terrazzo faceva la voce e la parte della befana ma era stato così bravo che per me era stata una prova inconfutabile!
Un anno venne la zia di Torino e disse che i regali li portava Gesù Bambino, che strano, eh no, Gesù Bambino sarebbe nato, Babbo Natale avrebbe portato i doni, non facciamo confusione.
A casa della nonna si preparavano i cappelletti secondo la ricetta originale che aveva portato il bisnonno imolano e i pangialli.
E una volta passando in cucina ho visto i maccheroni con le noci, puah!
I cappelletti li abbiamo continuati a fare ogni Natale, rigorosamente il 24 pomeriggio, anche con gli ultimi regali da fare, e in mezzo a un gran confusione, con la mia mamma noi figlie e tutti i nipoti, parlando tutti insieme, con chi strillava di più per farsi sentire sopra il rumore della macchinetta che stendeva la pasta, litigandosi i tondi di pasta fresca per poggiarvi il ripieno e chiuderli, certo non era così ai tempi della nonna, tutto molto più ordinato, bambine eravamo solo tre allora e più disciplinate.
Nei tempi più recenti, qualche volta che eravamo messi proprio male come presenze attive di lavoro una timida voce diceva e se quest’anno li comprassimo? No! Proposta sacrilega! Anche durante il covid, che ci ha preso alla sprovvista ognuno li ha fatti a casa sua, sono andata di nascosto a casa dei miei a cercare la ricetta della nonna…
I pangialli era cosa solo degli adulti, al massimo noi potevamo rompere le nocchie col martello, e c’era sempre qualcuno che passava e se le mangiava approfittando di non dover perdere tempo a romperle.
Mia madre anche in tarda età ha continuato a farli per un punto di onore credo, e poiché non ce la faceva ad impastarli secondo il disciplinare di famiglia che vietava l’uso della farina, si era inventata di scaldarli un attimo nel forno per ammorbidire il miele e il cioccolato e poterli lavorare con più facilità.
Si giocava a tombola, anche con i parenti, ovvero i cugini, e i grandi raccontavano di riunioni di famiglia così numerose negli anni di una volta…lì già vedevi come le famiglie andavano pian piano disgregandosi e delineandosi affinità diverse di simpatie.
Natale era una festa per i bambini, per la famiglia, non sarebbe mai venuto in mente a nessuno di approfittare di quei giorni per fare un viaggio, una vacanza: la vacanza era quella, poter stare con i propri cari e donare un’atmosfera di favola, entrare in una pausa di serenità e di condivisione del proprio tempo; quello in effetti era il dono più bello:regalare il proprio tempo ai familiari, stare insieme senza dover scappare via, senza interruzioni, sedendosi in poltrona a telefonare per fare gli auguri a qualcuno lontano, per raggiungerlo e sentirlo un momento vicino.
Oltre agli auguri spediti per posta che prevedevano tutto un rituale, dalla scelta del cartoncino (e qualche volta li facevamo a mano), alla compilazione con una frase carina, all’affrancatura e poi la spedizione. Ma dove lo trovavamo tutto questo tempo?
Natale era andare a Roma a vedere gli addobbi a via Condotti e via Frattina.
Natale è papà che all’uscita di un grande magazzino, forse la Upim o la Standa, sparisce e poi lo vediamo ricomparire con un giocattolo in mano mentre lo dà a un bambino solo e triste seduto sulla scalinata vicino all’entrata.
Natale era anche entrare in un casale e vedere un minuscolo alberello addobbato con batuffoli di ovatta e qualche mandarino e lì capivi che le feste non erano per tutti uguali.
Era la letterina che scrivevamo piena di buoni propositi, tanto buoni che forse non ci credevamo neanche noi.
Tra le mie cose ho trovato un foglietto di quaderno ingiallito:
Natale è un luccichio di lustrini
una giostra di balocchi
un cadere di neve.
Natale è il calore di un abbraccio
quando fuori c’è freddo
Natale è una promessa.
Natale è festa
Natale è amore
Natale è la gioia di ritrovarsi insieme
in uno sguardo coscienti
di essere stati perdonati
per una cattiva parola, per un’alzata di spalle, per un brutto gesto.
Natale è una speranza sotto l’albero e nel cuore.
Natale è l’affetto dei genitori.
Qualche tempo dopo sul retro ho aggiunto:
Natale è una cometa di sogni che illumina la nostra buia realtà.
Maria Teresa Muratore