Il Natale de ‘na volta oggi ce lo racconta Paola Melis. Pensieri e ricordi che richiamano odori e sapori di feste spensierate. Il suono delle risate ancora nell’aria, la nostalgia di un tempo passato, sempre vivo tra i ricordi più cari.
Il Natale celebra una storia antica, di amore e sacrificio. Custodiamo quella narrazione per commemorarla, ciascuno, secondo la propria tradizione familiare. Il Natale, così, diventa l’albero che si addobba, il viaggio per raggiungere i parenti lontani, il panettone con le sue superfetazioni di crema e cioccolato, il presepe col laghetto artificiale riprodotto con la stagnola.
Il riverbero delle consuetudini acquisite si condensa nel fulcro di un pensiero che si articola per associazioni pervenendo, alfine, a una sorta di sintesi metonimica: il Natale si fa albero colorato e luminoso, presepe di mestieri antichi e di prodigio, valico per un abbraccio finalmente condiviso.
Il Natale per me, oggi, implica tante cose, inclusa la lunga sequela di cerimoniali prefestivi: la frenetica turnazione di pranzi e cene che suonano come commiato prima dell’immersione nel rituale domestico di libagioni o di partenze per località tropicali e sciistiche (in base ai gusti).
Per me, da bambina, e anche da adolescente, il Natale è sempre stato, invece, solo una sineddoche perfetta, una simbiosi prototipica di infinita tenerezza. Il Natale era i miei nonni.
Erano persone semplici e buone, come possono esserlo quelle nate nel nulla e cresciute con penuria negli spazi siderali e scrostati dei casali di campagna, in cui si mangia in tanti attorno a un tavolo imbandito con poca carne.
Quando vivi così, contando le stagioni e affidandoti alla loro sorte, la pochezza diventa fonte di grazia e impari che l’amore è l’unica vera risorsa che non potrà mai mancarti finché avrai la caparbietà di alimentarla.
I miei nonni erano questo: l’amore che sapevano donare; la carezza perenne dei loro sorrisi.
Nella cucina di mattonelle celesti, in un palazzo a tre piani del centro storico di Viterbo (in cui si erano trasferiti nella speranza di dismettere le asperità rurali), la nonna preparava la “cenarella” (come la chiamava il nonno).
La nonna mi diceva sempre di andare in sala a guardare la televisione con mio fratello per non ‘impuzzolirmi’ i vestiti. Perché lei friggeva: un’opulenza stratiforme di carciofi e broccoli profanata da piccole mani ingorde. Ma si sa: la frittura è buona al momento perché poi, raffreddata, è meno appetitosa.
Io, però, a quell’invito non obbedivo mai: non volevo rinunciare a quella soave sinestesia acciambellandomi sul divano per guardare cartoni o telefilm che avrei potuto gustarmi in qualsiasi momento delle mie vacanze natalizie.
Volevo bearmi di quelle sottrazioni furtive di frittelle appena scolate dall’olio (che mi ungevano le dita), annusare l’aroma del sugo con le alici che faceva le bolle e schizzava fuori dal tegame, orecchiare il borbottio della pentola con l’acqua (alta e rossa, col vecchio coperchio di latta sopra). Era il mio sabato del villaggio perché, per me, non era importante la cena in sé, ma il suo preludio, quel suo vespro di odori e rumori; la modesta e intima liturgia nello spazio vaporoso coi vetri appannati delle due finestre che affacciavano sulla corte interna: io ci disegnavo sopra con le dita (farfalle, fiori…) e mio fratello mi imitava (lui è più piccolo di tre anni…i fratelli minori sono creature fragili: dipendono da te, dai tuoi sogni).
Mia nonna cucinava tanto (e non solo a Natale). Il nonno, allora, un po’ per farci divertire durante quel tempo interminabile (al netto delle incursioni nel ‘bacile’ delle frittelle) e un po’ per evitare che ci abbuffassimo prima di metterci a tavola (<<Ché poi…chi la sente la mamma?!>>), si alzava, sornione, dalla sua poltrona (quella di pelle scura coi braccioli consumati, usata per tutto: per leggerci, ad esempio, le storie di fascisti e partigiani dalla sua adorata enciclopedia sulla seconda guerra mondiale) e apriva l’ultimo cassetto della credenza marrone. Prendeva il mazzo delle piacentine e lo sventolava in aria mentre ci guardava col suo sorrisetto beffardo. Ci prendeva in giro…..come per dire: <<Allora…vediamo un po’..…che facciamo con queste?>>
<<Siii!!>>
Ho imparato dal nonno a giocare a scopa e a briscola. Ricordo le prime volte in cui mi rimbrottava perché non dovevo tenere le carte tanto ‘in avanti’…ché gli altri le vedevano: << Così Paolè…vedi…così le devi tenè…>>. Il nonno si esprimeva nel dialetto viterbese. Era buffo. Ho riso tanto con lui. E con la nonna. Anche adesso, nei miei sogni, loro ridono. È la stessa risata.
Il momento di mettersi a tavola. I nonni. Mio padre e mia madre. Io e mio fratello. Poi mia zia e mio cugino.
Famiglia ristretta: per genetica e vicissitudini.
Nessuna preghiera: né per ringraziare né per propiziare. La semplicità era, anche, il deposito di una vita avara di studi e di socialità (con le sue variegature religiose), e così i miei nonni preferivano declinare il loro spirito cristiano nei gesti di tutti i giorni: loro avevano sempre un piatto di minestra da offrire a chiunque stesse attraversando un brutto momento (<<Ché tanto, se non magni è peggio…stai male du volte…>>). Se io ero giù (per un litigio con mio fratello o per un rimprovero di mia madre) la nonna mi preparava il budino al cioccolato. O il ciambellone, facendomi leccare di nascosto l’impasto sul cucchiaio con cui raccoglieva quello rimasto (<<Lesta…non te fa vedè dal tu fratello>>). La nonna, d’estate, mi faceva bere anche il caffè in segreto ma, in quel caso, aveva qualche scrupolo in più. Così lo annacquava, preparandomi la versione ‘al vetro’ con due enormi cubetti di ghiaccio: <<Almeno la tu madre non chiacchera…>>.
Dopo la cena (anzi, dopo la ‘cenarella’), si sparecchiava in velocità per potersi (ri)mettere subito a giocare. Mio fratello e mio cugino erano i burloni della comitiva: sempre a sbirciare le carte avversarie e a scalmanarsi in caso di vittoria.
La nonna, poverina, si aggiungeva quasi alla fine, dopo aver lavato la pila di piatti sporchi e riposto in frigo gli avanzi (che non avremmo mai mangiato il giorno dopo, sommersi dalla ‘stracciatella’ -calda e con tanto parmigiano-, dai cannelloni ripieni di carne e dall’agnello con le patate arrosto).
Quando, finalmente, si sedeva, era esausta, con le guance arrossate dal caldo dei fornelli e dell’acqua bollente con cui aveva sgrassato i tegami. Ma ci sorrideva, mentre tagliava il torrone al cioccolato (con le nocciole intere) che metteva nel piattino per noi, per addolcire il gioco (come se non fosse stato sufficiente quello che avevamo mangiato fino a pochi minuti prima).
La nonna preparava anche i maccheroni con le noci. Ma li faceva solo per mio fratello. Piacevano solo a lui. Io non li ho mai amati: inconcepibile, per me, accostare la pasta al cacao! Mio fratello, al contrario, ne era ghiotto. Tuttora, se gli capita di trovarne (sempre meno, in realtà), ne assaggia un po’, più per ravvivare un ricordo che per gratificare il palato. Lui non lo dice. Ma io, in fondo, so che è così.
Il momento dei saluti era sempre accompagnato da recriminazioni e capricci di noi bambini: <<Non è giusto…vince sempre lui…voglio la rivincita…un’altra partita..l’ultima…per favore!!>>.
<<Su…forza…che so’ ste storie?..Tanto vi rivedete domani..no?>>
“Tanto vi rivedete domani”
Avrei rivisto la nonna, col suo grembiule fradicio annodato sul davanti. E il nonno, che aspettava in cima alle scale col viso che sporgeva oltre le braccia appoggiate sulla ringhiera del pianerottolo: lui, ricurvo, ci salutava a ogni rampa che io e mio fratello facevamo a balzi. Il suo saluto iniziava da lì.
Il palazzo c’è ancora. Ma è disabitato. E decadente. Quando ci passo davanti, a volte, alzo il viso: la finestra di quel secondo piano. Ora ha le persiane chiuse. E sgangherate. Lì, a volte, la nonna mi faceva mettere seduta sul davanzale (un’audacia che, oggi, le avrebbe immediatamente procurato una segnalazione ai servizi sociali), rivolta verso la strada, con le gambe penzoloni, mentre lei, da dietro, mi teneva forte con le sue braccia attorno alla vita. Mi canzonava per mettermi paura: <<Non cascà…. sa Paolè!!>>.
Qualche tempo fa sono andata a curiosare: sotto la plastica del campanello c’è ancora il cognome sul cartoncino rettangolare. Sbiadito, ma leggibile. Mi è tornato alla mente quando litigavo con mio fratello sulla precedenza nel suonarlo: <<Io…io…no…io!!>> con l’immancabile <<….E fatela finita…!>> di mia madre.
Vorrei ricongiungermi a quei Natali. A quando, alla fine della sera di vigilia, tornavo a casa con la frenesia del giorno dopo: altri piatti cucinati dalla nonna, altre partite a carte (con le loro baruffe). Altre risate. Il mio Natale di suoni e colori: la voce dei nonni che imbastiva le mie ore gioiose.
Vorrei che lo sapessero… che – ora che sono ascesi al luogo di verità eterna e di luce assoluta – sapessero che loro sono stati i miei Natali felici…. che sono stati la felicità del mio tempo acerbo.
Ma, forse lo sanno, perché lo hanno sempre saputo.
Paola Melis