Eravamo una famiglia numerosa, all’epoca del mio primo ricordo eravamo 7 in famiglia: il babbo, la mamma e 5 figli, tre maschi e due femmine. Il più grande Ubaldo, poi Sandra, Poldo, io e Sestilio, il più piccolo. In seguito si è aggiunto Carlo, che avrebbe portato a 6 il numero di noi fratelli.
La nostra casa, modesta ma confortevole, era composta da un’ampia cucina con un grande tavolo al centro adatto alla nostra numerosa famiglia. La camera da letto dei genitori era la stanza più grande, poi c’erano due camerette: in una dormivano i due fratelli maggiori Ubaldo e Poldo, mentre nell’altra dormivamo io e mia sorella Sandra. Sestilio dormiva in camera con il babbo e la mamma. La mia era una famiglia modesta, mio padre faceva il falegname e aveva il suo bel da fare per portare a casa di che vivere, anche la mamma aveva il suo da fare, tenere in ordine la casa e tutti noi, organizzare i pasti (non si doveva sprecare niente), pensare ai nostri vestiti, cucendo, rattoppando per poter adattare gli abiti dei più grandi per i più piccoli. Il tutto per un vivere sobrio e dignitoso. I giorni che andavano dal capodanno alla befana erano pieni di sogni ed aspettative.
Io credevo molto alla befana e mia sorella Sandra faceva del tutto per alimentare la mia immaginazione con i suoi racconti su questa vecchietta che volava su una scopa per fermarsi sui tetti per poi scendere nei camini. A volte di sera mi chiamava vicino alla finestra e mi indicava una figura che si sarebbe dovuta trovare sopra un tetto dicendomi: “vedi, vedi la befana sopra quel tetto, viene a vedere se i bambini sono buoni per portare i giocattoli o il carbone se fanno i capricci, la vedi?”. Io naturalmente dicevo di sì, ma non vedevo proprio niente. Spesso Sandra mi portava a fare un giro per il paese a vedere le “vetrine” dove venivano esposti i giocattoli. A San Martino c’erano tre mercerie e due tabaccai dove durante l’anno si vendeva un po’ di tutto, ma nel periodo della festa della befana mettevano in mostra qualche giocattolo in più.
Una delle mercerie era un chioschetto/edicola di legno di appena due metri e mezzo per due metri. Davanti aveva una grande finestra larga quanto l’intera facciata che faceva contemporaneamente da vetrina e da bancone per le vendite, dietro la quale stava la titolare perennemente impegnata con un lavoro ai ferri in attesa dei clienti. La Lina di tacchione. Una donnetta affabile e dolcissima. Tacchione era il soprannome del marito che, essendo falegname, forse potrebbe essersi vantato di ricavare delle grosse tacchie dal legno che lavorava, da cui il soprannome “Tacchione”.
L’altra merceria, vicino all’olmo, era più grande, sempre di legno, ma profonda almeno due metri, lunga almeno sei metri con due grandi finestre sempre con la stessa funzione di vetrina /bancone. La proprietaria si chiamava Ginevra, ma era conosciuta da tutti come la Liggerina, perché era la moglie di un altro falegname. San Martino, paese circondato dai boschi, aveva molti falegnami, bottai, e carpentieri. Tornando al marito della Liggerina, era soprannominato Leggerino, perché essendo un falegname rifinito, raccontava che con i suoi attrezzi per modellare il legno ci andava “leggerino”, con delicatezza. Per questo si guadagnò tale soprannome.
La terza merceria era un vero negozio. Situato a piano terra di uno stabile, si poteva definire “una merceria di lusso”. La sua proprietaria era “la Gina”, signora ben vestita con i capelli sempre a posto. Davanti a tutte queste vetrine non osavo chiedere perché pensavo fossero fuori dalla portata delle possibilità della famiglia. Ma potevo sognare, questo sì. La befana era magica, a lei niente era impossibile e avrebbe sicuramente esaudito i miei desideri, e con questa convinzione arrivavo al giorno della vigilia. La sera della vigilia la mamma finito di cenare, dopo aver sparecchiato e appeso le calze vere, quelle nostre, sopra la stufa economica, si affrettava a mandarci a dormire perché, diceva, se la befana sentiva che eravamo ancora sveglie non sarebbe entrata per lasciare i regali. Sandra teneva il gioco e mi portava a dormire. Ma quella sera non mi addormentai subito; dopo pochi minuti sentii Sandra che, convinta che già dormissi, si rialzava per tornare in cucina. Sentivo che parlava con la mamma, diceva: “Questo lo mettiamo nella calza di Clara, questo lo mettiamo nella calza di Sestilio”. Allora capii che la befana non esisteva, e che in realtà era la mamma. La delusione che provai fu enorme. Ma allora, se la befana non esiste e la mamma non ha niente, vuol dire che non riceverò alcun regalo. Così presa dalla delusione e dallo sconforto mi addormentai. La mattina dopo di buon ora Sandra mi svegliò ricordandomi che era passata la befana e chissà cosa mi aveva portato. Ma io, ricadendo nella delusione con cui mi ero addormentata, mi alzai di malavoglia, andai in cucina e…. con tanta meraviglia, guardando sopra il tavolo, vidi non solo la calza piena dei soliti mandarini, fichi secchi, noci, mandorle, alcune caramelle e l’immancabile carbone, ma anche una carrozzina di legno con le ruote e dentro una bambola di pezza. Dall’altro lato del tavolo vicino alla calza di Sestilio c’era un camioncino di legno con la cabina quadrata e un piccolo cassone dove trasportare cose. Davanti, sotto la cabina, un chiodo dove era attaccato uno spago che serviva per tirare il camioncino, naturalmente fatto dal babbo. Anche la carrozzina l’aveva fatta il babbo e la bambola l’aveva cucita la mamma, che non so proprio come avesse potuto, visto che le sue giornate erano sempre piene di lavoro. Ne fui molto felice. Trascorsi molte ore a giocare con quella carrozzina, la bambola era la mia bambina e la mia amichetta più cara. Ripensando a tutto questo, mano a mano che diventavo più grande, capivo che avevo ricevuto i doni più belli e più preziosi di tutti i giocattoli che avevo visto nelle “vetrine” del paese e soprattutto capii che la “befana” esiste davvero.
Clara Gnignera