Una linea. Il 15 dicembre 2017 ha tracciato una linea nella mia vita. È nata una figlia. È nata una madre. Quel battito. Il tuo. Ascoltato per la prima volta in un pomeriggio di giugno attraverso un ecografo. Quel venerdì mattina di sei anni fa ho sentito il tuo primo pianto. Delicato. Breve. Quanto bastava per farmi capire che eri arrivata e che stavi bene. Il tuo primo respiro. Erano le 10,53 quando ti ho vista per la prima volta. Da due giorni sapevo di quel nostro appuntamento. La mia giornata è cominciata all’alba. O forse molto prima. Forse quel 15 dicembre per me è iniziato due giorni prima. Quando ho scelto. Quando abbiamo scelto. Quando anziché il 16 dicembre ho scelto il 15. Il 15 dicembre, anniversario di matrimonio dei miei genitori. Era tutto pronto. La borsa. La testa. Il cuore. Ancora qualche foto. Davanti all’albero di Natale. Con tuo padre Lele. Con Mojito. Quella pancia, sapevo già che mi sarebbe mancata. Insieme ai tuoi calci. Quei chili di troppo. Parecchi chili di troppo. Ho amato anche quelli. Night before Christmas. Di fatto per me lo era, la notte prima del Natale. L’ho pubblicata così quell’ultima foto col pancione, con questo titolo, poco prima di andare a dormire. E ho dormito. Ho dormito serenamente. Sveglia alle sei. Poi i respiri sono diventati più profondi. Dal quel momento tutto doveva essere vissuto. Ogni istante. Ogni sapore. Ogni profumo. Ogni pensiero. Ogni immagine che avrebbe scandito quella giornata. Tirava vento. Faceva freddo. Ma non pioveva. Ore 7,30. Direzione Belcolle. Con tuo padre ci guardavamo. Sorridendo. Senza parlare. Quel giorno tanto atteso, molto più di nove mesi, era arrivato. Finalmente era arrivato. Addosso un’emozione composta. Profonda, ma gestibile. Piano settimo. Ginecologia Ostetricia. I controlli di rito. La stanza. Un palloncino colorato legato al letto della ragazza che aveva partorito due giorni prima. È Valentina. Ci riconosciamo. E poi ecco Luisa, con il suo bimbo nato il giorno prima. Bene. Mi tranquillizzo ulteriormente. C’è ancora tempo. Dobbiamo aspettare il primo pomeriggio per incontrarci. Contrordine. L’appuntamento, il nostro, è anticipato. Il tempo di avvisare mia madre, il tempo di capire cosa stava per accadere. Stavo per incontrarti. L’emozione ora è meno gestibile. Meno composta. Il cuore, lo sento. Sento il mio cuore che batte forte. Si scende. Parlo con le ostetriche, con l’anestesista. Si chiama Cesare. Non ricordo il cognome. Mi rassicura su tutto. Mi spiega, mi strappa un paio di risate. Ecco i miei dottori. Il dottor Nicolanti e la dottoressa Pontani. Sono in ottime mani. Siamo in ottime mani. Ci siamo. Lo stesso fastidio di un tatuaggio. Ho avvertito lo stesso fastidio quando Cesare mi ha fatto l’anestesia. Nessun dolore. Mi anticipa sottovoce le fasi dell’intervento. “E poi quando sentirai che il dottore ti preme forte sotto lo sterno, conta fino a cinque”. Sopra la mia testa una grande lampada dove riflette tutto. Mi volto. Troppo sangue. Ho paura di svenire. Ecco la pressione sotto lo sterno. Uno. Due. Tre. Quattro. Cinque. Mi volto e il sangue non mi fa più paura. Ancora qualche istante. “Ti presento Elsa”. Le più belle parole che ho sentito nella mia vita sono state quelle pronunciate dal dottor Nicolanti alle 10,53 di quel 15 dicembre. L’emozione mi ha chiuso la gola. Ecco il pianto. Il tuo. Il mio. Le lacrime scendono. Libere. Incontrollate. Sei arrivata. Ti tengo addosso. Ti annuso. Ti respiro. Sai di buono. Sai di vita. L’ostetrica ci fa una foto. A un minuto dal tuo arrivo su questa Terra. Si chiama Piera. Mi ricorderò di lei.

La nostra prima foto insieme, la foto più bella del mondo, ce l’ha fatta lei. L’abbiamo inviata a tuo padre, il mio compagno di vita, che aspettava insieme ai miei genitori e a mia sorella davanti quell’ascensore di quel settimo piano. Ancora qualche minuto e si torna su. Quell’ascensore si apre. Ci sono loro. Le persone più importanti della mia vita sono tutte davanti quell’ascensore. Tu sei con me. Siamo insieme. Con qualche giorno di anticipo, per me era arrivato Natale. Quei primi giorni e quelle prime notti in ospedale resteranno sempre dentro di me. Come quella domenica pomeriggio. Avevi due giorni. Mi dormivi addosso. Tuo padre seduto accanto alla finestra, dentro la nostra stanza. Era ancora giorno fuori. Quelle belle giornate di tramontana invernali. C’era silenzio. E un senso di pace intorno. Il sole entrava diretto dalla finestra e arrivava fino a sopra al mio letto. Ho pensato che quella fosse la domenica più bella della mia vita. Sono già passati quattro anni.
Oggi compi sei anni. Elsa, mia figlia. Ti guardo. Sorridi e giochi davanti l’albero di Natale. E col pensiero torno a sei anni fa. A quella mattina del 15 dicembre. Quando l’ostetrica mi è venuta a prendere. E io, accarezzandoti da sopra la pancia, ti ho detto sottovoce: è ora. Tocca a noi amore mio. Andiamo a nascere.