Dark Light

Ho sostenuto gli esami di maturità nel 1972, cinquantatre anni fa, ma sembra ieri, sono ancora vive le paure (chi non ha sognato di dover rifare l’esame di maturità? Io direi almeno due volte all’anno in questi cinquantatre anni), le immagini, i colori di quel periodo.

Chi ha fatto la maturità classica nel ’72 avrà un incubo in più da ricordare, la versione di greco, un brano dal “Menesseno” di Platone, difficilissimo, soprattutto una frase che, comunque, riuscii a tradurre con una grande fatica. Ma non è quello, o perlomeno non solo quello che mi è rimasto dentro: se chiudo gli occhi sono lì, nel banco in corridoio davanti le porte delle nostre aule dove erano stati messi i banchi delle tre sezioni di III Liceo (sì, ancora c’era la vecchia numerazione: quarto e quinto ginnasio, primo, secondo e terzo liceo) con il mio Rocci e un pacchetto di Marlboro, perché sì, ci fu permesso di fumare! Orrore del politicamente e ecologicamente corretto ora, ma che cosa meravigliosa allora! Non era soltanto la possibilità di scaricare la tensione, era soprattutto il sentirsi grandi e riconosciuti dal mondo dei grandi (anche se per gentile concessione). E allora penso a quello che le generazioni successive alla mia hanno perso, bruciando le tappe: non più pantaloni lunghi per i maschietti e calze lunghe per le femminucce solo nella preadolescenza, sigarette fumate di nascosto fino ai diciotto fatidici anni, chiavi di casa come regalo del diciottesimo; questa la nostra realtà.

Ma che soddisfazione a ogni traguardo raggiunto, tutto e subito era nei nostri slogan, ma si riferiva ai diritti, non alla forma!

Bene, dopo il momento “ai miei tempi…” torniamo alla maturità.

Un altro vivido ricordo è il periodo della preparazione; c’erano una quindicina di giorni di stacco tra la fine della scuola e l’inizio degli esami, quindici giorni passati in “studio matto e disperatissimo”, tra Bagnoregio, a casa della mia cara amica Luciana Vergaro e casa mia a Viterbo, con Luciana in trasferta.

Cosa mi/ci è rimasto di quei giorni? A me il ricordo del prosciutto tagliato a mano da babbo Mecuccio a Bagnoregio, a Luciana (me l’ha detto poco tempo fa) il dolce di riso cotto nel latte che faceva mia madre.

E poi l’orale, nell’altro corridoio, il braccio corto dell’edificio di Piazza Dante, io con un vestito comprato dalla Sebasti,  la padrona del negozio di tessuti e abbigliamento a Piazza Fontana Grande, accanto al negozio di scarpe del nonno, un vestito di tessuto leggero a fantasia sul verde, con le maniche “a palloncino”, i capelli gonfi (bigodini tutta la notte) che, a pensarci, mi si accappona la pelle, ma soprattutto il batticuore quando si avvicinava il momento dell’interrogazione, scandito dai nomi dei miei compagni, sentiti nell’appello per cinque anni: “Lazzari, Marcoaldi, Miracapillo, Natalini”. Ecco, mi tocca.

Tesina su Pirandello in italiano (il mio amore per il teatro ha origine da lì), latino come seconda materia, con grande smacco della professoressa di Storia, per un cambio di materia all’ultimo minuto.

Dell’interrogazione di latino mi ricordo solo la V Egloga, un classicone dei classiconi, di italiano l’arrabbiatura con il membro esterno che veniva dal “De Merode” di Roma, che osò chiedermi la data di pubblicazione del saggio sull’umorismo!

Ora chi ha la mia età si ricorderà l’allergia per le date di quel periodo, non era “politicamente corretto” si direbbe ora, al tempo si diceva che le date erano la quintessenza del nozionismo che combattevamo con tutte le nostre forze; per cui risposi al commissario con un’espressione furente: “Lo stesso anno della pubblicazione di “Le rire” di Bergson“. Gli andò bene… o forse gli feci tenerezza, boh, chi può dirlo, ormai!

E poi il pranzo di fine anno da “Morano” al lago di Montefiascone, con i professori ai quali facemmo regali scherzosi (scherzi da nerd sicuramente ma tanto teneri), con Filippo e la sua chitarra e noi a cantare tutti intorno.

Ci siamo rivisti negli anni con i miei compagni di allora, abbiamo fatto qualche pranzo e qualche cena,  anche se non siamo riusciti a organizzare il pranzo per i cinquant’anni, ci sentiamo spessissimo sulla nostra chat, ci vediamo a teatro con qualcuno e ci fa sempre piacere risentirci, e, se possibile, vederci, perché cinque anni di vita insieme, con i nostri primi amori, con i successi e i fallimenti, ma, soprattutto, con la prima esperienza di un rito di passaggio come la maturità ci hanno legato, ci legano e ci legheranno indissolubilmente.

Linda Natalini

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