Ci sono frammenti di memoria nella mia mente, frammenti di ricordi, di vita vissuta, raccontata da chi da quasi tre anni non è più qui, su questa terra.
Frammenti di ricordi che a volte come schegge impazzite iniziano a tornarmi alla mente, come tante fotografie sbiadite dal tempo, che cerchi di mettere a fuoco e restituirgli il colore.
Di tanto in tanto mia madre mi confidava alcuni momenti della sua vita. Anche di quello che aveva vissuto in quegli anni, al tempo della guerra. Alcune cose le ricordava, altre gliele aveva raccontate la nonna.
Mia madre mi raccontava di quando, anticamente, da bambina, abitava con la sua famiglia alla Crocetta. Avevano già il negozio al Corso, Elettrodomestici Spanata.
Gli anni alla Crocetta erano gli anni della guerra. La mamma mi raccontava, mi raccontava spesso, di un presepe malconcio, con i pastorelli senza un braccio o senza una gamba, con la capanna danneggiata. Gesù Bambino c’era. C’erano anche San Giuseppe e Maria. Ma erano Danneggiati anche loro.
Gli altri pezzi di quel presepio erano rimasti lì, insieme alla bambola di mia madre, sotto le macerie di quella casa alla Crocetta, dopo che una bomba aveva scaricato tutto. Tutto!
Anche quel terrazzino, dove mio nonno Gilberto trascinò via mia madre pochi istanti prima che quella bomba cadesse dal cielo.
Ci fu la guerra e mia madre con la sua famiglia andarono a rifugiarsi a Vitorchiano. La mamma mi raccontava di quando girava con il suo piccolo triciclo sulla piazza del paese. Mi raccontava anche delle tante persone che i miei nonni conobbero in quel periodo. Molte di quelle amicizie rimasero negli anni. Quella con Sandro Lucchetti, per esempio.
Mia madre mi raccontava anche di quando, qualche anno fa, il signor Orfeo, le confidò di ricordarsi di lei a Vitorchiano, con i capelli ricci, proprio su quel triciclo. Avevano condiviso la stessa esperienza durante gli anni della guerra.
Mia madre non se lo ricordava Orfeo a Vitorchiano perché era troppo piccola. Le piaceva però raccontarmi di quando, qualche anno fa, si erano fermati a parlarne in via Mazzini, e lei aveva saputo tutto questo.
Rimase molto sorpresa e commossa di quel ricordo.
Il caro Orfeo, il signore che in tanti abbiamo conosciuto come custode della meravigliosa chiesa della Crocetta, se n’è andato il 14 febbraio del 2023, portandosi con sé anche il ricordo di mia madre piccola, a Vitorchiano, durante gli anni della guerra. Mia madre se ne è andata appena quattro giorno dopo.
Sono convinta abbiano fatto il viaggio insieme, il viaggio per il Paradiso, ricordando quando erano bambini. Bambini sfuggiti alla follia delle bombe.
Mia madre più volte mi ha raccontato del suono della sirena che annunciava l’imminente pericolo delle bombe. E Quel suono Viterbo lo ha sentito risuonare il 17 gennaio di qualche anno fa. Era il 2010. Di domenica. Lo ricordo molto bene. Dalla torre dell’orologio di piazza del Comune, alle 13,15, si è levato nell’aria il suono di quella sirena per ricordare quanto accaduto tanti anni prima. Un gesto per ricordare i viterbesi rimasti sotto quelle bombe. Un tonfo al cuore. Un suono secco. Lungo. Sordo. Che ti arrivava addosso come uno schiaffo. Un lamento. Un grido di dolore verso il cielo. E forse c’è arrivato davvero quel suono, lassù, oltre quelle nuvole grigie. Per far sentire che no, Viterbo non ha dimenticato i suoi figli.
Dentro il vecchio armadio, a casa, quella in cui mia madre è vissuta fino al 19 febbraio del 2023, c’è ancora la sua bambola, quella finita sotto le bombe, recuperata tra le macerie di quella casa alla Crocetta. È senza una gamba. La mamma non l’hai mai voluta buttare quella bambola.
Mia madre mi raccontava di essere stata battezzata nella chiesa di San Luca. Nel 1941. Abitava all’ora in via della Pettinara. Quella chiesa non esiste più. Anche di quella chiesa non è rimasto nulla. Perché i bombardamenti l’hanno distrutta. Forse proprio quel 17 gennaio del ’44. Ogni volta che mia madre mi raccontava di quegli anni, io la ascoltavo in silenzio.
Attraverso i suoi occhi, nella mia mente, prendevano forma alcune immagini.
Attraverso le sue parole, ascoltavo il rumore delle bombe.
Attraverso il suo cuore, sentivo il dolore delle atrocità di una guerra.
Continuerò a raccontare, attraverso i suoi ricordi. Quelli che mi ha confidato. Quei ricordi che le erano rimasti in mente, anche quelli più tristi degli anni della guerra. Affinchè la storia di quegli anni resti viva, anche grazie ai suoi ricordi. Ricordando, restituiamo un colore a quelle foto sbiadite di un tempo passato.
Il miglior modo per ricordare le persone, una madre, una nonna, figli della tua stessa città, è far sapere che quelle persone sono esistite.
Il miglior modo di onorare la storia è raccontarla. Raccontarla a chi non c’era. Condividerla con chi l’ha vissuta. Anche con chi l’ha vissuta attraverso ricordi di altre persone. 𝐋𝐚 𝐬𝐭𝐨𝐫𝐢𝐚 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐢𝐧𝐮𝐚 𝐚 𝐯𝐢𝐯𝐞𝐫𝐞 𝐠𝐫𝐚𝐳𝐢𝐞 𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐦𝐞𝐦𝐨𝐫𝐢𝐚 𝐝𝐢 𝐜𝐡𝐢 𝐪𝐮𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐬𝐭𝐨𝐫𝐢𝐚 𝐥𝐚 𝐫𝐚𝐜𝐜𝐨𝐧𝐭𝐚.
Come in questo caso. Come la storia di quel giorno. Come la storia di quel 17 gennaio del 1944.