E oggi è Maria Laura Calcagnini a raccontarci il suo Natale de ‘na volta. Pensionata, nonna, presidente Anap Confartigianato Viterbo, da sempre impegnata nel sociale, con particolare attenzione alla tutela degli anziani e delle persone con disabilità. Per questa occasione è tornata indietro con il pensiero e ci ha regalato questi suoi preziosi ricordi. Leggiamoli insieme.
Il Natale de na volta, quando io ero bambina, non era una festa, era LA festa. Nella Capranica del dopoguerra, all’inizio degli anni ‘50, tutto si viveva in condivisione in comunità, come spesso accade nei piccoli centri, ma Natale era speciale. Era un’emozione diversa. Era il momento dell’anno più atteso, quello in cui anche “gli emigranti”, cioè i parenti che si erano trasferiti a Viterbo o altrove, tornavano al paese per passare le feste in famiglia. Ed ecco che ci si ritrovava tutti a casa mia – genitori, figli, nonni, zii, cugini, amici -, in centro, all’angolo tra la via Romana e il ponte dell’Orologio, dove sia io che i miei fratelli eravamo nati. Era una casa dalle stanze enormi la nostra, c’era spazio per tutti attorno al grande camino che scaldava la cucina, regno indiscusso della mia mamma. Non eravamo ricchi, no, mio padre era un impiegato della Società Romana, l’antesignana dell’Enel, ma non ci mancava nulla. E quello che c’era si condivideva con tutti, amici e parenti: a casa mia l’accoglienza era un dogma, un dovere, uno stile di vita su cui i miei genitori non ammettevano deroghe.
E poi Natale a casa mia era speciale perché mio cugino, che era bravissimo ad allestire il presepe, ne realizzava in un angolo della cucina uno di circa 16 metri quadrati: tutto il paese veniva a vederlo, tutti rimanevano colpiti dai giochi d’acqua e dai personaggi che si muovevano grazie a un incastro azionato da una manovella.
Il 24 e 25 dicembre dai Calcagnini era festa grande, vissuta secondo i riti della fede perché per noi Natale è sempre stato la celebrazione della nascita di Gesù. Perciò si andava alla messa, appuntamento immancabile. A tavola, dove mia madre imbandiva pietanze per decine di avventori, poi, non mancavano mai i piatti della tradizione, dal capitone arrostito sulla brace con lo spiedo per la Vigilia ai tortellini in brodo di cappone per il pranzo di Natale. E, soprattutto, i dolci, unico lusso delle nostre feste: parliamo sempre del dopoguerra, di un Paese in ginocchio e da ricostruire, di una società contadina, dove non tutti avevano idea di cosa fosse un panettone. Però le donne del paese preparavano i mostaccioli e soprattutto i panpepati, dolci della tradizione capranichese. In realtà a casa mia eravamo più fortunati di altri, perché la Società Romana ogni anno a Natale inviava un pacco pieno di prelibatezze a tutti i dipendenti, tra cui mio padre: panettoni, torroni, cotechino, lenticchie, ricciarelli, cioccolata… bastava poco per sentirsi privilegiati. Per essere felici. Anche perché i regali a noi bambini non li portava Babbo Natale il 25, ma la Befana il 6 gennaio, quindi per scartare mancava ancora un po’…
Presto i tantissimi amici di mio padre ci raggiungevano, ci si stringeva per entraci tuttti e si giocava a tombola e a sorchetta: io ero la più piccola dei miei fratelli e dei miei cugini, mi lasciavano sempre vincere appositamente. In un ciclo della vita che si ripete all’infinito, oggi sono io a lasciar vincere i miei nipoti quando insistono per giocare a tombola!
Se devo, infine, riassumere in poche parole tutti i miei ricordi, posso dire che per me il Natale de na volta è ancora oggi nell’odore dei panpepati capranichesi che faceva mia madre. Miele, farina, nocciole, canditi, frutta secca. Inconfondibili. Inimitabili. Non passa anno che io non torni in paese a prenderli per le feste: rinsaldare il legame con la tradizione significa per me anche onorare la memoria della mia famiglia, delle mie origini, di quei riti tanto amati a cui non posso non pensare con un bel po’ di nostalgia. Perché il Natale de ‘na volta te lo porti dentro per sempre.
Maria Laura Calcagnini