Dark Light

Il mio Natale arrivava prima. Il mio Natale arrivava a ottobre, quando mio padre, che era un boscaiolo, ritornava a casa una sera dicendo: “Ho adocchiato un alberello di STRACCIABRACARE (agrifoglio) fatto bene, bello a punta, giusto giusto pe’ fa l’albero de Natale. C’ho messo un po’ de frasche intorno così speriamo che non lo trovano”.

E da parte mia iniziavano le domande: “A Bà quanto è alto?“ “A Bà ma ce l’ha le palline rosse?” “A Bà c’è ancora l’albero?”. E cosi avanti giorno dopo giorno, sempre rassicurata dal Babbo fino al giorno in cui annunciava trionfante: “Domani porto a casa l’albero”.

Chi conosce San Martino sa che c’è una bella via lunga, via Luigi Cadorna rinominata “Vicolo di Lungo” che va più o meno da una porta all’altra del paese. Dalla porta di sopra a quella di sotto che non hanno niente a che fare con le direzioni nord e sud, perché la porta di sotto è a nord e quella di sopra guarda verso sud. Ma questa è un’altra storia. Noi abitavamo a metà circa del Vicolo e il giorno dell’annunciato arrivo dell’albero, chi mi cercava sapeva che, dal primo pomeriggio, mi avrebbe trovata affacciata alla finestra con lo sguardo rivolto verso la porta di sopra, perché da quella parte si trovano i boschi e da lì sarebbe arrivato il Babbo.

ECCOLO CHE ARRIVA! IL MIO EROE! Con l’alberello sulle spalle, con un gruppetto di bambini che lo seguono e le donne che chiedono: “Bello st’albero ME’ (diminutivo di Meco, a sua volta diminutivo di Domenico), ndò l’hai trovato?” Il Babbo rispondeva ridendo: “Su pe la macchia”.

L’albero entrava in casa. Albero… per modo di dire. Considerate che la nostra era una casa del centro storico, 26 max 30 mq con un tramezzo che divideva la camera da letto dei genitori dalla cucina. Noi eravamo fortunati a possedere una casa con il sottotetto, la soffitta era la camera da letto mia e di mia sorella, dove per stare al caldo appoggiavamo sopra le coperte il cappotto militare del Babbo. Nonostante il sottotetto in più, per l’albero rimaneva poco spazio.

Ripensandoci oggi era poco più che una frasca, per me piccolina era grande ed era l’albero più bello del mondo. Collocato l’albero, finiva il compito del Babbo e iniziava quello mio, di mia madre e di mia sorella. La mamma arrivava con un paio di scatole delle scarpe con dentro le palline, i fili d’argento e il puntale. Le palline blu, rosse, argento, rotonde e ovali, lisce o arricchite da spirali di “brilluccichini” (oggi si direbbe glitterate) erano di vetro che, se cadevano a terra, non rimbalzavano ma si rompevano. Se eri fortunato e una pallina si rompeva per metà, allora potevi usare la metà rimasta, attaccandola con un gancetto, per riempire un piccolo vuoto tra i rami, nascondendo la parte mancante. Poi venivano i fili oro e argento, le statuine di cioccolata rivestite di carta stagnola colorata a forma di donne con abiti folcloristici, di Babbo Natale con qualche renna, e di pigne. Immancabili i mandarini, scelti apposta con una piccola porzione di ramo che ti permetteva di attaccarli ai rami dell’albero. L’illuminazione non era né a luce calda, né a luce fredda, né a led. Erano vere candeline di cera rossa, con le mollettine, da accendere con i fiammiferi, a rischio incendio che grazie a Dio non è mai avvenuto. Non c’erano pacchi dono sotto l’albero, non si usava perché a questo ci avrebbe pensato la Befana. Sotto l’albero c’era un piccolo, umile, famigliare presepe.

Intanto a scuola si preparava la letterina di Natale. Prima in brutta copia, poi la maestra la correggeva poi si copiava “in bella” e infine si riportava il tutto sulla letterina “Sbrilluccicosa”, acquistata dal tabaccaio o nelle due mercerie del paese, con l’illusione che la tua fosse la più bella fino a quando non la portavi a scuola e scoprivi che almeno metà della classe, aveva la letterina come la tua. Qualche giorno prima di Natale sotto l’albero comparivano un sacchettino di tozzetti, un panettone e un torrone, ma guai al solo pensare di aprirli e mangiarli. Non si poteva perché… Dentro c’era il verme. Verme che spariva, miracolosamente, il giorno di Natale e allora si potevano mangiare. I tozzetti? Odiavo i tozzetti! Erano così duri che per poterli mangiare senza incidenti, li dovevi mettere a bagno il giorno prima come si fa con i fagioli. Per fortuna c’erano sempre le figurine di cioccolata, che si poteva iniziare a staccarle dall’albero. Il giorno prima della Vigilia, iniziavano i preparativi veri e propri: si comprava il pesce. 3 o 4 anguille, si andava alla ricerca di foglie di alloro, si comprava il Baccalà che assolutamente doveva essere “GASPORO” (Gaspé) o “SAN GIUANNE”(San Giovanni), ma meglio Gasporo che era più buono. Tralascio la preparazione dei pezzi di anguilla, potrebbe urtare la sensibilità di molti e vado direttamente al pomeriggio della Vigilia, dove si entra nella vera e propria atmosfera natalizia.

Nel pomeriggio i bambini andavano a fare il giro dei parenti, amici e vicini di casa per fare gli auguri e rimediare una mancetta. Davanti a noi, dall’altra parte del Vicolo, abitava una vecchia zitella, l’Assunta, una donna dolce e mite, silenziosa e sorridente. Una grande lavoratrice, non ci faceva mai mancare qualche “paccasecca” (fettine di mele essiccate al sole), dolcetti di zuccorodorzo, ovvero una colata di zucchero caramellato e noci imprigionata in mezzo a due foglie di alloro, dal sapore e profumo favolosi. Intanto a casa si cucinava: la mamma preparava le teste e le code dell’anguilla in umido, con pomodoro, cipolle e uvetta, le frittelle con i broccoli, i broccoli in insalata e ceci in greppa. Il babbo cuoceva il baccalà sulla graticola spennellandolo ogni tanto con un rametto di finocchio bagnato in un intingolo di olio, sale, pepe e limone e girava lo spiedo dove aveva posizionato altri pezzi  di anguilla alternati a foglie di alloro. Tutto questo fa fumo e si deve tenere la finestra aperta. Adesso provate ad immaginare tutte, o quasi, le finestre del paese aperte da dove esce profumo di pesce, baccalà, alloro e finocchio. Praticamente il profumo di Natale. I bambini sono ritornati con le mancette. La cena è pronta. Furtivamente, con la complicità della mamma, la letterina viene infilata sotto il piatto del babbo e inizia la farsa tra il babbo e la mamma: il babbo si lamenta che il piatto non spiana, la mamma dice al babbo di porgerle il piatto per mettere dentro il cibo, ma di fatto lei vuole solo che il babbo alzi il piatto per vedere la letterina. Il Babbo sta al gioco e non vuole alzare il piatto, mentre noi seguiamo divertite. Improvvisamente appare la letterina. Il babbo la legge e si commuove. Subito dopo mi viene chiesto di recitare la poesia di Natale, poesia che immancabilmente finisce con: “BUONE FESTE, BUON NATALE, DATEMI LA MANCIA SE VI PARE!”. Mancetta che il Babbo aveva già preparato e servirà a giocare a tombola subito dopo cena quando arriveranno i parenti. L’estrazione dei numeri accompagnata dalle inevitabili battute: “Me so magnato l’ambo”, “Rimetti giù sto numero che non me serve”, “Tirame su sto numero che fo tombola”, “Mischia ste palle” e giù risate e brindisi. I Suoni del Natale.

Ogni tanto qualcuno si alza e si avvicina alla finestra per guardare fuori “Che fa? Fiocca?”, “No solo qualche pincelletto!”

É quasi mezzanotte, si va a messa. Qualcuno si attarda a infilarsi il cappotto, qualcun altro lo sprona dicendo “Movete se no ‘r bambino nasce e noi semo ancora me qui!”.  Durante il tragitto, da casa alla chiesa si elevano come un canto, gli auguri.

Auguri  Anto’

auguri CHIARI’

auguri  ME’

auguri PA’

auguri STE’

auguri PI’

auguri PO’

Auguri CLA’

Il massimo si raggiunge con Auguri ”I“ che sta per IRMA

Auguri Else’

Auguri Umberti’ e poi Auguri.. Auguri.. auguri.

Ricordo l’arrivo in chiesa, tante luci accese e tanta gente. Le campane suonano. È mezzanotte. È nato Gesù e poi più niente. Esco dalla chiesa addormentata. In braccio al Babbo.

Ornella Spolverini

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