Il Natale de ‘na volta di oggi lo conoscete già. È un racconto che torna ogni anno. È un ricordo che rappresenta il mio vero Natale. È il racconto di mia madre, lo abbiamo scritto insieme, nel dicembre del 2021. Ecco i suoi ricordi, tra un vecchio presepe, la Befana che porta regali e carbone, e tradizioni svanite che ritornano.
Un presepe malconcio, con i pastorelli senza un braccio o senza una gamba, la capanna danneggiata. Gesù Bambino c’era. C’erano anche San Giuseppe e Maria. Danneggiati anche loro. Lo conservai per tanti anni prima di lasciarlo andare. Gli altri pezzi di quel presepio erano rimasti lì, sotto le macerie, dentro quella casa alla Crocetta, dopo che una bomba aveva scaricato tutto. Anche quel terrazzino dove mio padre mi trascinò via poco prima che quella bomba cadesse dal cielo.
Passarono gli anni, finì la guerra. La nostra casa non c’era più. Andammo a vivere per alcuni anni in un appartamento su Corso Italia. Ero piccola. Cinque-sei anni. Nel 1954 ci trasferimmo poco più avanti, nel palazzo del Santo Spirito. Ricordo il primo anno con la televisione. La conoscevo già, il nostro negozio, all’inizio del Corso, accanto al Banco di Roma, fu il primo a venderle. Ricordo ancora la gente incuriosita che si fermava a guardarla. Il nostro Natale di quegli anni iniziava sempre con la cena della vigilia. Si mangiava tardi, perché con il negozio si chiudeva sempre verso le 8. Si mangiavano i tortellini. Tortellini preparati dalla mamma, e per secondo la gallina lessa, con cui ci veniva cucinato il brodo. Ricordo le cotolette e i carciofi fritti. E poi i tradizionali dolci. Il panettone, il torrone. All’epoca mia, quella della mia infanzia, non c’era Babbo Natale. I regali a me e a mia sorella Lidia li portava la Befana. Era sempre generosa con noi. Ricordo un regalo in particolare. Un telefono, somigliava tanto a quelli veri. Nero. Aveva sopra un pulsantino, se lo premevi il telefono squillava. Insieme ai tanti regali con la Befana arrivava anche cenere e carbone. Ma non perché io e mia sorella fossimo state poco ubbidienti, ma per semplice tradizione. Poi i tempi sono cambiati. La vita è cambiata. Si diventa adulti. Nascono i figli. Arrivano nuove usanze. La notte del 24 passa Babbo Natale. E le mie figlie hanno respirato a lungo quell’atmosfera. Come era giusto che fosse. E poi con le figlie grandi, ognuna con la propria vita, anche alcune tradizioni si sono affievolite. Altre completamente svanite. Come quella dell’albero di Natale in casa. Troppa fatica addobbarlo, disfarlo, riporlo. Bastava quello piccolino, già tutto addobbato, che conservavo dentro la credenza della sala. Un alberello che avevamo al negozio a cui ero affezionata. Accanto ci mettevo un piccolo presepio, acquistato da Upim. E così passava il Natale. Da qualche anno in casa è tornato l’albero di Natale, quello grande. Lo facciamo addirittura qualche giorno prima dell’8 dicembre. È tornato l’albero che facevamo tanti anni fa. Ai suoi piedi, il presepe. La tovaglia natalizia sulla tavola. Gli addobbi sulle porte. C’è posto anche per il piccolo alberello custodito durante l’anno dentro la credenza. La pigrizia ha lasciato spazio alla voglia di vedere il sorriso sul volto della mia nipotina quando ritrova i suoi pupazzetti e le lucine sull’albero. Se chiudo gli occhi, rivedo anche quel vecchio presepio. Quello recuperato da mio padre sotto le macerie quando finì la guerra. Ma adesso, quel presepio, mi piace ricordarlo com’era. Com’era prima. Con tutti i personaggi interi. Tutti al loro posto. In attesa della notte di Natale.
Clara Spanata