Dark Light

“Mamma esco, ci vediamo dopo”

“Sì Ele, non fare tardi!”

Chiusa la porta di casa uscii, camminando per Piazza della Crocetta e poi per Via Mazzini, mentre “Altrove” di Ultimo suonava nelle mie cuffiette, facendomi avvertire la spensieratezza della bella stagione.

Non riuscivo a pensare ad altro che non fosse l’indomani: sarei riuscita a rispettare le mie aspettative e quelle altrui? Che immagine mi sarebbe apparsa, cosa mi avrebbero chiesto i professori, come mi sarei sentita? E soprattutto: ero davvero pronta a lasciar andare il liceo e a diventare ufficialmente “matura”?

Milioni di domande correvano veloci nella mia mente e lo stomaco si attorcigliava sempre di più.

Quell’anno per me era stato un esame continuo. Infatti, mi era stato diagnosticato un problema di salute che andava risolto al più presto. Tra ecografie, risonanze e biopsie, avevo girato numerosi ospedali, arrivando fino a Modena. Nel frattempo prendevo la patente e affrontavo i “problemi” tipici di una diciottenne sognatrice e romantica: vivevo i primi mesi del mio primo amore, che si porta dietro momenti insieme sognanti e paranoici. Non volendo buttare all’aria anni di sacrifici, però, mi costrinsi a fare dello studio la mia valvola di sfogo; quindi, nonostante tutto, riuscii a terminare l’anno con il massimo dei voti.

Volevo dare giustizia a tutte le notti insonni e alle ore con la testa china sui libri, a disperarmi con la matematica (che, come canta Venditti, non sarà mai il mio mestiere), a domandarmi l’utilità di una materia come fisica al linguistico, a memorizzare infinite date storiche, a scoprire i miei autori letterari preferiti. Non mi sentivo pronta a lasciar andare quella scuola, quelle persone, quelle mura che, seppur sofferte e qualvolta odiate, mi avevano regalato tanti momenti meravigliosi, tante amicizie stupende, tanti ricordi indelebili: le dormite sul banco, le corse per i corridoi della scuola per spiare un ragazzo, le note di classe, le risate con i bidelli, i pianti nei bagni…

Purtroppo non importava la mia volontà: il futuro mi aspettava. E io volevo affrontarlo nel migliore dei modi, come avevo fatto per il resto.

Pensando a tutto questo, mi diressi verso la mia scuola, il liceo Mariano Buratti dove, come ogni anno, si sarebbe tenuta la notte prima degli esami: tutti i maturandi in cerchio, a cantare, a sperare, a festeggiare per opprimere le paure.

Uno dei peggiori difetti dello studio é la sua capacità di arenarti, di farti sentire solo nel mondo: questo, tuttavia, non accade durante gli esami di maturità.

Tra tutte le giornate calde passate con gli amici a ripetere interi programmi, a cercare escamotage per copiare agli scritti, a ridere amaramente e a condividere le nostre paure,  quella sera, la Notte prima degli esami, ne fu l’emblema: sentirsi soli era impossibile.

Era come se la maturità fosse un entità che ci univa, un entusiasmo che ci coinvolgeva, un timore che, in qualche modo, ci incoraggiava.

Nonostante tutta la notte passata a cantare, la mia sveglia la mattina successiva suonó presto. Con gli occhi ancora semichiusi, guardai la data: 26 giugno. Quel giorno toccava a me. Le due prove scritte erano andate bene, ora mancava solo il mostro finale: il temutissimo orale di maturità.

Un’ultima svista rapida a tutti gli appunti (una risma infinita di scritte, schemi, argomenti) e giù per le scale. Fuori mi aspettava il mio fidanzato, Matteo, che in quei mesi mi aveva supportata e sopportata con pazienza e rigore. Mi diede la mano, trasmettendomi coraggio e sicurezza: “Sei bravissima, ti sei impegnata. Andrà tutto bene, vedrai”.

Un sospiro e un bacio, poi il ruggito della macchina che mi conduceva verso una questione che mi sembrava di vita o di morte. Oggi sorrido ripensando al tormento di quei momenti: mi piacerebbe riviverli.

Dopo una chiacchierata con le mie amiche, tra risate nervose e gambe tremanti, arrivó presto il mio turno. Salendo quelle scale per l’ultima volta, mi sembrava di vivere un sogno. I cinque minuti fuori dalla stanza in attesa che mi facessero entrare mi parvero ore. Un nodo mi stringeva lo stomaco e mi sentivo stanca: una lacrima rischió di rigare il mio volto senza che nessuno se ne accorgesse ma, come sempre, Matteo mi vide e riuscì ad evitare la catastrofe.

La porta della stanza si aprì. Il mio professore di italiano apparve nel corridoio, e mi guardó con serietà: “Paris, prego”.

Un respiro profondo e le mie gambe si mossero da sole: a prendere il posto dell’ansia fu la concentrazione. Nella stanza piccola e luminosa, i professori erano disposti a semicerchio attorno ad una sedia di legno, una di quelle che mi avevano accolto durante tutti quegli anni scolastici. Era arrivato il momento: il professore mi porse la busta. La aprii lentamente, sotto lo sguardo attento degli insegnanti. Alcuni di loro mi avevano vista crescere, altri sapevano a malapena chi io fossi. Osservata l’immagine e individuato il tema, la mia bocca si aprì, riluttante. Le mie parole tremanti riempirono la stanza e iniziai a fare i collegamenti. Dalle maschere di Pirandello all’arte di Matisse, dal trasformismo di Giolitti alle tanto odiate biotecnologie, da Kafka in tedesco a Unamuno in spagnolo. Parlavo a raffica sotto lo sguardo compiaciuto dei professori, interrotta solo dalle loro numerose domande. A darmi coraggio lo sguardo del mio professore di italiano, che annuiva sorridendo alle mie parole. Custodisco con cura quell’espressione, perché grazie a lui la mia passione per la letteratura non aveva fatto altro che evolversi, aumentare, radicarsi in me.

Senza che me ne accorgessi, il momento tanto temuto era giunto al termine.

Dopo aver stretto la mano a ogni singolo professore, uscii dalla stanza. Una felicità immensa mi pervase e iniziai a ridere e saltare nel corridoio dove, fino a un’ora prima, ero stata in procinto di piangere. Ad aspettarmi fuori ci fu una bellissima sorpresa: tutta la mia famiglia si strinse attorno a me. Raggianti e fieri, mi abbracciavano e mi chiedevano come fosse andata. Brindammo, Matteo mi porse un meraviglioso mazzo di rose. Finalmente avvertivo un meraviglioso senso di libertà: mi sentivo felice, stretta intorno alle persone che rendevano migliore la mia giovane e tormentata vita.

Di colpo, tutto era finito. La paura del futuro sembrava più leggera, le scelte meno pesanti, le mie insicurezze meno presenti. Il risultato finale compensó tutto il mio duro lavoro, ma col senno di poi capii che, anche con qualche voto in meno, sarei stata ugualmente fiera di me per aver superato prove molto più notevoli di un esame.

Custodisco con cura e ammirazione questi ricordi, che ritengo essere parte dei più belli della mia vita, perché hanno senza dubbio contribuito a rendermi la persona che sono oggi.

Eleonora Paris

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