Dark Light

di Cristina Pallotta

C’era andata proprio sotto a quel treno delle 7,30, la Pausini, quando cantava che “Marco se ne è andato e non ritorna più”. Era il 1993 e un sorriso ingenuo e innocente, e una voce delicata ma potente, irrompevano nelle case degli italiani. Era Laura, quella acqua e sapone che cantava La solitudine, trionfando sul palco dell’Ariston tra le nuove proposte, seguita da una giovane Geraldina Trovato con Non ho più la mia città e da un giovane di Sassuolo, all’anagrafe registrato come Filippo Neviani e per tutti Nek, con il brano anche un po’ discusso, In te. L’anno di tre giovani promesse, più o meno mantenute. Ma Marco no, la sua promessa non l’ha mantenuta. Non è tornato. Non c’è, non c’è, si disperava a ripetere la povera Laura sconsolata, scrivendo sul quaderno, che era “tutto tempo perso”. Neanche con una Lettera è riuscita a farlo tornare. Solo l’anno dopo è riuscita a consolarsi con i suoi Strani amori. E quante volte l’abbiamo cantata in classe La solitudine. Al primo banco. Sottovoce. Durante l’ora di sanscrito. Eh già. A ragioneria si faceva anche quello. Almeno per me e la mia amica Veronica quello era sanscrito. Gli altri la chiamavano matematica. Il testo della canzone lo sapevamo a memoria, ma era scritto anche nei nostri diari, tra una foto e l’altra di Dylan McKay di Beverly Hills 90210, le parole di Un’altra te di Eros e Grazie Roma di Venditti. E mentre noi due, dai banchi del quarto B commerciale del Paolo Savi sognavamo il provino per Non è la Rai, Robert Redford faceva la sua Proposta indecente a Demi Moore, e Alessandro Baricco, dalla sua locanda Almayer, scriveva il suo capolavoro Oceano mare. Solo qualche mese prima RAF con il suo Battito animale aveva vinto il Festivalbar, tormentone dell’estate insieme a What is love di Haddaway, All that she wants degli Ace of base, Nord sud ovest est degli 883. Nello stesso anno il Karaoke di Fiorello spopolava nelle piazze italiane come trasmissione rivelazione dell’anno. E su questo ci sarebbe da dire. Ma per questa volta lasciamo stare. Torniamo ai banchi di scuola. Era l’anno della prima occupazione. Quella seria. La più bella. Quella della rassegna stampa di prima mattina dentro l’aula del quinto B, dei pomeriggi a cantare Come mai con il Canta Tu nell’ala programmatori. L’occupazione delle assemblee in palestra, dei dibattiti con Paolo Bianchini, Fabrizio Zocchi, Gianluca Marini e gli altri rappresentanti di istituto, che puntualmente avevano come colonna sonora Vivere di Vasco Rossi. L’occupazione quella figa, quella che non vedevi l’ora che arrivasse la mattina per incontrare quello con gli occhi blu del quinto F che non ha mai saputo della tua esistenza e “che filava tutti, meno che te”. Insomma. L’occupazione è stata un’esperienza. Il motivo per cui si occupava l’ho capito dopo qualche anno. Ieri ho ritrovato due diari di scuola nella mia vecchia cameretta. C’è un mondo dentro quelle pagine. C’è troppa vita dentro quei diari. Non c’è solo la fotografia di Marco, il bambino un poco timido che cantava la Pausini. Ci sono pezzi di cuore, testi di canzoni, compiti, appunti, compleanni, dediche, poesie, giustificazioni, nomi storici che si sono conquistati una parentesi della tua vita, che oggi sorridi ripensandoci, e nomi di qualcuno che oggi fatichi a ricordare.

Quando apri quei diari è un po’ come quando apri il tuo vecchio Dolce & Gabbana Light Blue che non metti da un secolo, ma sai che è il tuo profumo, quello che ti ha accompagnata per anni.

Quella bottiglietta vuota sta lì da sempre. Non la butti. Anche se è finita. L’avvicini al naso per respirarla e istintivamente chiudi gli occhi. Ed è un attimo. Un pezzo di vita ti passa addosso. Mille fotogrammi in un istante. Come quando inciampi nella tua vecchia canzone, compagna di forti emozioni, che non ascolti da un secolo e improvvisamente irrompe su rtl e ti scombussola la giornata. Perché insieme alle note arriva qualche sorriso e qualche ficcata al cuore. È un po’ così il diario di scuola. Delle medie. E soprattutto delle superiori. C’è davvero tanta vita lì dentro. In onore di Laura, mi vado a riascoltare La solitudine. Sperando che torni Marco, insieme al treno delle 7,30.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Related Posts

La NarrAutrice

Da giornalista e narratrice di comunità mi piace scrivere e raccontare storie. Di ieri e di oggi. Non solo le mie.