Dark Light

Natale de ‘na volta sono per me gli occhi felici della mamma e l’accenno di un sorriso sulle sue labbra mentre, con le mani leste, rifinisce a soprammano il mio vestito nuovo o mentre muove ritmicamente i piedi sul pedale della Singer nera con gli arabeschi dorati per cucire ai miei tre fratelli, i calzoncini di fresco lana o di fustagno che indosseranno la sera di Natale.

Di quei giorni rivedo la stufa a legna su cui bollivano i ceci lasciati insaporire con qualche spicchio d’aglio, un rametto di rosmarino e una bella manciata di uva passa, mentre nel tegame insaporiva il baccalà in un letto di cipolla, pomodoro e prugne secche; tornando a quel passato, ho quasi l’impressione di sentire l’odore dell’altro baccalà, avvolto nella carta paglia recuperata dall’incarto della macelleria, collocato sotto la cenere calda, che cuoceva lentamente prima di essere sfettucciato e poi condito con abbondante olio appena arrivato dal frantoio, aceto, aglio e prezzemolo; torno con il pensiero ai preparativi del Natale e alle tante attività della mamma mentre papà, fumando una nazionale senza filtro,  canticchiava “Rosinella” e lei, che si chiamava Rosina, si scherniva quasi e procedeva nei preparativi, estraendo da sotto il tavolo di marmo grigio, la spianatoia, decisa a non andare a letto prima di aver preparato la nociata; questo dolce era tipico del mio paese e non poteva mancare in nessuna famiglia. Occorreva la stessa quantità di noci e miele, quest’ultimo doveva essere portato ad ebollizione ed era pronto quando, facendone cadere una goccia in acqua fredda, si induriva rapprendendosi, a quel punto le noci tritate venivano amalgamate grossolanamente al liquido e il tutto veniva riversato sulla base di legno per poi essere steso con il mattarello e subito tagliato in rombi e disposto tra due foglie di alloro, che la nonna aveva precedentemente pulito strofinandole su un canovaccio da cucina. Nei giorni successivi sarebbero arrivati tutti i parenti; la sala da pranzo veniva addobbata con l’albero e il presepe e la gioia della festa era nell’aria. Poi nel ’69, all’improvviso la mamma perse l’adorato fratello, giovane, con un figlio di appena 2 anni e neppure un anno dopo, nel maggio del ’70, morì papà, allora lei non aveva ancora compiuto 42 anni. Questi eventi avevano segnato un punto di demarcazione, un confine tra il prima e il dopo e così fu per il Natale: di quello dopo, ricordo gli occhi tristi della mamma, lei vestita di nero accanto alla stufa a legna, insofferente a qualunque segno di festa; lei che non aveva più voglia di preparare l’anguilla, il baccalà e tutto il resto perché piacevano a papà, così come ho in mente la sua riluttanza a tirare fuori dalla soffitta gli addobbi dell’albero e le statuine del presepe, molte delle quali avevamo costruito con la cartapesta, insieme a papà, tutti simboli di giorni felici che era ormai impossibile rivivere. A me mancava tanto la nociata e Andrea, un mio amichetto di scuola, me ne portava sempre un piattino, preparato con cura dalla sua mamma.

Ormai sono nonna e vivo il Natale con la mia grande famiglia, molti elementi del mio presepe sono ancora quelli di 50 anni fa, tra gli addobbi ho una rondine del nostro albero di bambini e nel mio menu non mancano mai quei piatti del passato che mi riportano al Natale de ‘na volta, quello prima del ’69.

Maria Giovanna Pontesilli

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