Il Natale della mia infanzia può essere meglio compreso leggendo la poesia del caro zio Edilio Mecarini, “Natale de ‘na vorta”. Era, il Natale, una festa attesa tutto l’anno, con tanta allegria, tanti odori e sapori ma soprattutto tante persone care, la maggior parte delle quali, ahimè, non sono più tra noi. Parliamo degli anni 60, epoca del boom economico, quando finalmente sulle tavole c’era abbondanza di cibi e gli anziani, i nonni, gli zii non mancavano mai di ricordare i tempi grami dei decenni passati, soprattutto durante e dopo la seconda guerra mondiale. Riaffioravano i ricordi di giorni difficili, scarsità di cibo, ma anche divertenti aneddoti su fatti e persone che noi bambini non avevamo mai conosciuto ma che nel nostro immaginario sono rimaste scolpite a caratteri cubitali, come quella, ad esempio, del “poro Liborio”, che aiutava mio nonno Angelino in campagna. Questo Liborio, estate e inverno, indossava sempre un pastrano che faceva parte della sua divisa da soldato del primo conflitto mondiale ed era talmente “zozzo” da stare in piedi da solo. Oppure, forse per farci stare buoni in attesa della “magnata”, ci raccontavano del “lupo manaro” che si buttava dentro la fontana di Piascarano o di “Trucche Trucche” che col sacco catturava i bambini che non stavano tranquilli. In realtà Trucche Trucche era un povero diavolo che aveva risuolato le scarpe con della lamiera e quando camminava strusciava i piedi facendo un rumore che per onomatopea aveva determinato il suo soprannome. Ci raccontavano la “brifacola” (favola ndt) di Mezzoculetto e tante, tante altre storie altrettanto divertenti. Era l’occasione per stare finalmente tutti insieme; c’era mio nonno Angelino, c’era mia nonna Lucia, detta “nonna Cia”, una sorta di Psychiatric Help del vicinato a cui tutte le donne, ma anche gli uomini, si rivolgevano per un consiglio, per raccontare le proprie vicissitudini e avere conforto. C’erano i miei genitori, il fratello di mio padre Carlino, che faceva scherzi a tutti, le sorelle di mio padre e i miei cuginetti. C’era Tomasso (Tommaso ndt), che da buon cacciatore non faceva mancare il fagiano pieno di pallini. Mia sorella ed io, che eravamo i più grandi, facevamo un po’ i capetti con i cugini più piccoli e inevitabilmente nasceva qualche lite, subito risolta con un sonoro scappellotto, all’insegna del Natale “ricordatoro”. E in sottofondo si sentiva la nonna Cia che canticchiava con un velo di tristezza tipico delle feste, “è Natale non badare, spazzacamino…”.
Finalmente ci si metteva a tavola dove non mancavano le prelibatezze in salsa viterbese: capellini in brodo, agnolotti, capitone (che solo per la cattura meriterebbe un racconto a parte), anguilla (mia sorella inorridiva solo a vederle), arrosti vari, tra cui il fagiano del citato Tomasso, agnello brodettato e quindi via di forchetta, cucchiaio e coltello. Alla fine arrivavano i dolci: i famosi pangialli della nonna Cia, “li maccaroni co le noci”, il torrone rigorosamente bianco, tosto come la “breccia”, che ‘l zi’ Carlino rompeva sulla testa di qualche malcapitato. Il panettone, tuttavia, rimaneva tristemente quasi intatto di fronte alla squisitezza del pangiallo o dei maccheroni con le noci, forse anche perché non era abbastanza, anzi affatto “vetorbese”; proprio sul panettone mi ricordo il commento di un commensale: “sta robba no’ la riesco a strozza’, me se ‘mpasta là pe’ la bocca!”. Al termine della cena veniva sgombrata la tavola per una “stommolata” (tombolata ndt), le cartelle distribuite con sapienza e le “cocce” del mandarino o “li facioli” per segnare i numeri estratti, poi se c’era tempo si passava al sette e mezzo. Nel corso di questi giochi ai quali con magnanimità delle grandi occasioni eravamo ammessi anche noi “fijarelli”, vuoi per l’abbondanza delle libagioni, vuoi per qualche bicchiere in più, si scorgevano nei grandi i segni dei primi cedimenti al sonno, le prime “incotozzate” (capo reclino verso il petto, ndt), che noi bambini accompagnavamo con tanto di gomitate e “risarella” senza fine.
Qui scattava l’ammonimento: “regazzi’, tanto riso, tanto pianto eh!”, come a dire “smettete di ridersennò buscate”.
Tra giochi, risate e avvii di “sornacamento” ci si approssimava alla mezzanotte per collocare il bambinello nella culla. A questo punto c’era la lettura della letterina di Natale piena di (vane) promesse di maggior bontà e rispetto. Va precisato che le dette letterine erano indirizzate ai genitori e non a Babbo Natale che non era, ai miei tempi, il dispensatore di doni, ma per i regali, oltre a Sant’Andrea che portava il pesce di cioccolata”, bisognava aspettare il 6 gennaio, per l’arrivo della Befana. Babbo Natale veniva considerato piuttosto un’americanata, una usanza che non apparteneva al nostro territorio, quindi niente doni, semmai qualche dolcetto e i fichi secchi, peraltro buonissimi.
Allo scoccare della mezzanotte ci si scambiavano gli auguri, si brindava e, immancabimente, sulle note di Stille Nacht, il nonno “Ngilino” cantava “Santo Natal, ‘l freddo e la fam”, sempre ricordando natali meno fortunati, ma era comunque un’occasione per fare due risate.
Questi sono i bellissimi ricordi del Natale della mia infanzia, che tengo stretti nel cuore, così come tengo nel cuore sempre vivo e sempre più acceso il ricordo di tante di quelle persone che oggi non ci sono più, il nonno Angelino, la nonna Cia, il mio babbo Giorgio, mia sorella Loretta, zio Carlino, Tomasso, zia Maresa, i miei cugini Stefano e Marchetto, quest’anno anche i miei cari suoceri, e tanti, tanti altri che, per dirla alla Edilio Mecarini (anche lui scomparso da tanto tempo), “hanno preso ‘l via pe’ anna’ da sartafratte, all’alberi pinzuti”.
E ogni Natale non può essere tale se non passo a salutare tutti questi miei cari che fanno parte della mia vita e che hanno contribuito a farmi trascorrere quei giorni di festa con tanta allegria, gioia e spensieratezza.
Massimo Mecarini