Il Natale de ‘na volta oggi ce lo racconta Melissa Mongiardo. Assegnista di Ricerca in Sociologia dei fenomeni politici presso il Dipartimento di Comunicazione e Ricerca sociale, a La Sapienza Università di Roma, tanti altri impegni quotidiani, e una grande certezza che profuma di resina di abete, di cappelletti in brodo. E di tramontana.
Il mio Natale de ‘na volta è al numero 33 di via della Grotticella. A casa dei nonni. Sono gli anni delle Scuole Rosse, quelli che profumano dell’odore della pizza bianca del forno di via del Bottalone. Quelli del privilegio di poter trascorrere interi pomeriggi con i nonni: col caminetto acceso nello studio, il nonno Publio che dipinge e la nonna Anna Rita seduta in poltrona a leggere e ad intrattenerci in qualche attività. E sono anche gli anni con la mitica zia Emma, che presidiava Piazza Fontana Grande dal suo negozio di piatti e porcellane. Ultimo baluardo di una tradizione di famiglia e, soprattutto, insostituibile compagna di scorribande, all’insaputa dei luogotenenti in carica: i nonni. Sono gli anni più belli, quelli che affrontavamo al sicuro dei nostri cappottini di lana grigi e blu, dei maglioni fatti ai ferri, dei pantaloni di velluto a coste e delle gonnelline a pieghe.

Sono i giorni che precedono il Natale, siamo nel salotto di casa dei nonni, luogo di transito se non nei dì comandati. E come tutto coi nonni è stravagante lo è anche il Natale. E per stravagante intendo non ordinario e quindi prezioso: come la volta che dormimmo dai nonni e l’indomani si andava a scuola mascherati per la festa di carnevale e invece di usare il trucco il nonno decise di dipingermi il viso coi pennelli. Coi nonni tutto poteva diventare un’avventura, anche quello che aveva il gusto della tradizione era ammantato di una certa imprevedibilità. C’era l’albero ma non era un abete e a seconda dell’ispirazione del nonno Publio, e del ramo che aveva deciso di tagliare, aveva l’odore forte della resina dei cipressi argentati che crescevano in giardino, o di quella del cedro del Libano che si stagliava davanti alla casa. E quale che fosse l’albero era un odore tanto forte da riempire il salotto e la sala da pranzo, il luogo sacro della vigilia: fatto di bicchieri di cristallo, posate d’argento e poggia posate a forma di lepri ed animali selvatici, piatti di porcellana inglese e sedie di paglia di Vienna (bambini, guai a salirci coi piedi). Il giorno dell’albero era anche il giorno del Presepe. Dove dalla mansarda venivano giù quelle vecchie scatole con una stampa scozzese sui toni del blu, del rosso e dell’oro, da oltre 40 anni custodi dei Natali passati. Ça va sans dire, come non era convenzionale l’albero non lo erano neanche le sue decorazioni: al posto delle tradizionali palle delle mele rosse lucide con il nastrino dorato, inframmezzate da palline in vetro di stagioni davvero passate. Così come il Presepe che trovava ospitalità in una vetrinetta svuotata ad ogni Natale, il cui sfondo era stato dipinto ad acquarello dal nonno e aveva la particolarità di non essere il cielo stellato della notte ma il cielo gioioso del più vivo celeste, un presepe diurno di soli angioletti appesi a far da cornice alla natività. Ma quel Natale de ‘na volta (così come anche quello di adesso) ruotava attorno alla più viva delle tradizioni familiari tramandata dal nonno Paolo (fiero romagnolo, nonno di mia nonna): i cappelletti fatti in casa il pomeriggio del 24 dicembre, pronti il giorno dopo ad essere tuffati nel brodo di cappone. Quella sì che era la vera vigilia dalla festa! Tutti insieme attorno al tavolo della cucina: mia madre, le mie zie, i miei fratelli, Maria Federica (allora era ancora l’unica cugina!), la zia Emma e le mani grandi e le dita nodose della nonna vigorose nel tirare la pasta e capaci di farsi leggerissime per chiudere i cappelletti in punta di dita. Ah, che bel Natale quel Natale! Però se nei giorni a ridosso della vigilia, quando magari tira la tramontana ed è l’ora del tè, passate davanti al 33 di via della Grotticella, sono certa che gli occhi più attenti possano ancora scorgerci lì in salotto con il tè appena versato nelle tazze di porcellana blu, la nonna intenta a sistemare le ghirlande coi nastri rossi sugli applique della boiserie ed il nonno a sistemare il suo presepe. Siamo ancora tutti lì, un po’ più piccoli, un po’ più spensierati e sicuramente più felici.
Melissa Mongiardo