Dark Light

L’ho vissuta Santa Rosa. Non solo vista e raccontata ma assaporata e respirata con tutta me stessa: pelle, occhi e cuore. È entrata nella mia vita con passo leggero, con quella delicatezza ostinata che solo le cose vere e autentiche sanno avere. E non se è più andata.

È parte di me, della mia storia, del mio percorso. Il 3 settembre era – è – un giorno magico. Un tempo sospeso, in cui la fede si mescola all’attesa e lo stupore scrive una melodia che rimane nella storia e si incastra nelle pieghe dell’anima e della memoria delle persone.  Fino a quel “Sollevate e fermi”, fino a quel momento è come se tutti stessero trattenendo un respiro, tutti insieme, poi quel comando ti inonda, ti attraversa, allagando mente e cuore. Da lì in poi non sei più una persona singola ma il tuo battito procede all’unisono con gli altri, con quei corpi che sorreggono e trasportano, con braccia robuste, allenate, piene di speranza e fede. È come un’onda di emozioni che, mentre travolge, unisce.

La seguivo da giornalista, taccuino in mano e macchina fotografica al collo. Le parole sgorgavano da sole, sospinte dalla meraviglia delle luci, dai sussulti della Macchina che lentamente girava su se stessa a piazza del Comune.

Dalla forza della devozione.

Perché i Facchini – provati, sudati, fedeli – non portano solo una struttura ma una promessa: di resistenza, di audacia e appartenenza profonda.

La mia giornata iniziava presto, con il Giro delle Sette Chiese. Io li guardavo, i Facchini, li osservavo per cogliere ogni aspetto, ogni minimo particolare: nei loro occhi c’era il desiderio, l’apprensione e il cuore che batteva a mille. Camminavano stretti, le mani sudate, attraversando tutta la città, ricevendo il primo grande abbraccio, lasciando dietro di loro il silenzio carico dell’attesa, i mormorii delle preghiere, gli sguardi colmi di ammirazione e rispetto. Ogni passo era un atto di amore, una promessa rinnovata, una dichiarazione di appartenenza. I vicoli, le piazze, le pietre di Viterbo sembravano riconoscerli, come se la città si inchinasse al loro passaggio.

E intanto il giorno calava lentamente, lasciando spazio al tramonto, anticipo della sera: quando tutto si carica, si concentra, si riempie di senso. Quando Rosa si fa attesa, presenza invisibile ma già viva, pronta ad alzarsi e farsi trasportare, a farsi abbraccio per tutti.

Quando era il buio a farla da padrone ecco che Palazzo dei Priori diventava per noi giornalisti incaricati di scrivere la cronaca del Trasporto, il punto nevralgico. Gli occhi, nella sala consiliare erano tutti puntati verso via Cavour in attesa di vederla scendere leggiadra come una farfalla, imponente come un sogno antico. La Macchina (all’epoca Fiore del Cielo) appariva maestosa e sembrava vibrare e camminare tra la folla con passo lieve. Si lasciava attraversare dagli sguardi innamorati, pieni di incanto e quella luce…  quella che ti rimane nella memoria…

Quella luce che irradia e accende tutto: la piazza, i cuori delle persone, i volti e le emozioni.

Santa Rosa non è solo una festa. È memoria visiva, è fede che cammina, è l’anima di Viterbo e di tutti coloro che la lasciano entrare nei loro cuori. È una città che si stringe attorno alla sua Santa mentre lei – piccola, leggera, immensa – si insinua dentro di te e ci resta.

Per sempre.

Anche se ormai sei lontana, se oramai hai cambiato lavoro, anche se la vedi dalla televisione. Lei è un appuntamento fisso perché è amore, è fede, è speranza è gioia che si sprigiona da quello che è un campanile ma che rappresenta molto di più. Non importa quanti anni sono passati, quante strade hai percorso, a quanti chilometri di distanza ti trovi, quante nuove vite hai costruito, la notte di Santa Rosa ti trova e ti catapulta sempre lì, in quella piazza, con il naso all’insù, le farfalle nello stomaco, la commozione nella voce e negli occhi. Ti chiama a sé, torna a ricordarti chi sei, da dove vieni e quanto è soave appartenere. Perché lì in quella piazza, lì tra la folla, nel clamore e nello stupore lì, sei a casa anche a chilometri di distanza. Lì sei tu con lei, lì c’è la potenza della devozione che pervade, incanta e calma. Stai bene. È il tre settembre. Rosa è con tutti noi.

Antonella Pace

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