Ero piccola e spensierata. In quegli anni si giocava sotto casa con il pallone, con le carte, con i tappetti, utilizzando la cera per far sì che andassero più forte. Le ore andavano avanti così alla Crocetta, fino al calar del sole, e ogni tanto si percepiva qualche urlo dalle finestre: “guarda eh, che ce caschi dentro a sta fontana, sali! Non te sa ancora ora?”
No, non era mai ora di rientrare a casa. Infatti il 3 settembre eravamo tutto il giorno fuori. A quei tempi, a fine anni ‘80, facevamo parte del “comitato della Crocetta”, formato da noi della zona per dare conforto ai facchini di Santa Rosa prima e dopo il Trasporto. Ci aspettava una lunga giornata per attaccare tutte le decorazioni. Le bandiere erano fatte di carta e noi le mettevamo su uno spago lungo, per poi fissarle da una finestra all’altra della piazza. Mi ricordo Carlo Latilla con la scala, Mimmo, Augusto, mio padre Gianni L’Arrotino e il barbiere, detto Capello, che ogni tanto urlava: “Ippe ippe urrà!”
Aspettavamo tutti il suo grido di gioia. Tra le altre, vi erano le strisce adesive con scritto: “Viva Santa Rosa”.
lo e la Simona “di sopra” – che chiamavamo così perché, avendo lo stesso mio nome, ci differenziavamo a seconda del piano in cui abitavamo – eravamo le uniche vestite da Santa Rosa, mentre ad essere vestiti da facchini erano Robertino, Fabio, Gasparini, i fratelli Posti e altri del vicinato. Eravamo pronti per fare un discorso con il microfono per i facchini davanti a tutta la piazza. Era bello ed emozionante, anche se ogni tanto Padre Alberto si arrabbiava con noi, perché esigeva un discorso senza errori.

Era un giorno di festa dalla mattina alla sera. A partire dal primo pomeriggio, le donne pensavano a imbottire panini e tramezzini e a tagliare ciambelloni e crostate, mentre gli uomini pensavano alle bevande. Ricordo che mio padre era fisso alla damigiana del vino con la cannella, per far dissetare i facchini stanchi dal trasporto.
Che ricordi… vedevamo l’imbrunire della sera insieme alle fiaccole intorno alla fontana e sulle scale della chiesa; queste prendevano luci e forme diverse a seconda del vento. Noi restavamo lì, ad aspettare tarda serata per andare a vedere la Macchina, ferma al santuario, per poter esprimere un desiderio e una preghiera. Non dimenticherò mai quelle serate tra noi.
Ogni anno, a pochi giorni dal 3 settembre si comincia a sentire quell’aria di festa, di tradizione e di amore per Lei!
In viterbese diciamo: “Evviva Santa Rosa, con la Machina e ‘gni cosa!”
Per me, questo è ciò che racchiude e rappresenta quel “‘gni cosa”.