Dark Light

Nelle altre città, quando l’estate volge al termine i ragazzi sono tristi e gli adulti sbuffano per la fine delle ferie. Non a Viterbo: qui, dopo Ferragosto, si pensa solo a Santa Rosa, che inevitabilmente diventa il punto di riferimento per ogni attività. A qualsiasi proposta extra rivolta a un viterbese in questo periodo, la risposta sarà sempre la stessa: “Dopo Santa Rosa”.
Odore di festa. Manifesti ovunque. Bianco e rosso, i colori che incendiano le strade. La marcia dei facchini, la sinfonia familiare della banda, le bandiere gialloblu che danzano nell’aria. Un’aria speciale, piena di vita.
Santa Rosa è il mio momento preferito dell’anno: più del Natale, più del compleanno.
Sono nata e cresciuta a Piazza della Crocetta, il luogo in cui – secondo la tradizione – la nostra Rosa compì uno dei suoi primi miracoli. Proprio qui fu sepolta inizialmente, all’interno della chiesa di Santa Maria In Poggio. Oggi la chiesa custodisce un piccolo altare in suo onore, e la lunga scalinata che riempie la piazza è percorsa ogni giorno da turisti curiosi di conoscerne la storia. In questa piazza, più comunemente chiamata “La Crocetta”, ha sede il Comitato Sbandieratrici e Musici di Viterbo. Lungo la sua discesa, i bambini e i ragazzi fanno le prove per il trasporto della Minimacchina del 1° settembre, una versione ridotta della grande Macchina di Santa Rosa che sfilano portando sulle spalle.
Io sono cresciuta con il suono ritmato dei tamburi e le urla del capo dei minifacchini nelle orecchie. La mia vita, da fine agosto al 4 settembre, ogni anno si tinge di bianco e rosso, i colori della divisa dei facchini.
Sono pochi i passi che mi separano dalla Basilica di Santa Rosa, dove ogni anno è tradizione andare a comprare una rosa colorata dalle suore.
Non è solo questione di fede religiosa, non per me: è un sentimento fatto di amore per la mia città, di affetto per le tradizioni che mi scorrono nelle vene.
Dai sei fino ai diciassette anni ho sfilato come Rosina, in occasione del corteo storico che si tiene il 2 settembre. Ricordo il cuoio della cinta che stringeva la vita sotto lo scapolare, il caldo torrido, la stoffa pesante della veste sul corpo, i piedi sanguinanti dopo aver percorso il centro con quelle dannate ballerine ai piedi. Eppure ho sempre amato farlo.
Chi non è nato qui, chi non vive queste tradizioni come le ho sempre vissute io, forse non capirà mai fino in fondo. Per farlo, dovrebbe trascorrere almeno una Santa Rosa in casa mia. Qui, ogni anno, mia mamma addobba il tavolino della sala con rose, immagini, stendardi e modellini.
Passando per via Mazzini, ogni anno si vedono sventolare le bandiere del Sodalizio dai balconi delle case.
L’aria di festa che si respira il 3 settembre è intrisa di attesa e magia. I non viterbesi si stupiscono quando scoprono che noi giovani ogni anno ci alziamo all’alba solo per prendere posto nel vicolo del Corso. Io e i miei amici stendiamo asciugamani a terra, usiamo gli zaini come cuscini, a volte qualche ombrello per ripararsi dal sole cocente. Nessuna alzataccia è
più dolce: la consapevolezza e la possibilità di avere, poche ore dopo, la Macchina di Santa Rosa proprio davanti agli occhi, a pochi centimetri dal volto, rasserena tutti. L’attesa del trasporto si consuma giocando a Schiaccia Sette, ascoltando musica, conoscendo nuove persone e urlando ogni due per tre: “Evviva Santa Rosa!”, sapendo che qualcuno risponderà sempre con un “Evviva!” urlato a gran voce.
Poi le luci si spengono, la musica della banda si avvicina, i cuori iniziano a battere all’unisono: è giunto il momento. Gli occhi sono lucidi, sui volti un’espressione di meraviglia, nei cuori la stessa melodia. Tutti gli anni, quando la Macchina illumina la città sotto la luce aurea della torre, esprimo un desiderio.
Nella vita sono agnostica, ma a Santa Rosa resto fedele. Perché questa non è solo una festa: è radici, è cuore, è casa. E per me lo sarà sempre.
“Semo tutti de ‘nsentimento!”

Eleonora Paris

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