Le pagine della cronaca locale, solitamente, scorrono fitte e inequivocabili, quasi a non volersi rassegnare alla fatalità degli eventi: chi è addirittura più giovane di me contrasterebbe con questo regime, abituato a incapsulare “la qualunque” quotidiana.Io, però, dalla testata con cui ho operato, ho mutuato una visuale diversa, un vivere giornaliero di idee in fermento; un pullulare di editi e inediti al passo con i tempi, ma fondato sugli scambi anche nella divulgazione social.
Sono Elsa Berardi, ho soffiato ventidue candeline da poco, sto studiando all’Unitus di Viterbo… E ho potuto usufruire di una grande opportunità, che mi ha guidato nella creazione di contenuti in costante upgrade. Il termine “esperienze” al giorno d’oggi è inflazionato, lo usano praticamente anche i bambini, ma la sua veloce diffusione rischia di cristallizzare la bellezza del contatto: sembra sempre di parlare di momenti a senso unico, in cui anche l’ambiente di crescita è incaricato di restituire senza ottenere da chi vi lavora. Santa Rosa, però, per i giornalisti e i Viterbesi di ogni epoca – Viterbesi con la maiuscola, ne capirete le ragioni – non è soltanto un vuoto congedo all’estate e un pretesto per scattare foto iconiche: è invece un culto autentico che si rigenera sull’attuale, è una carezza alla vita e alle occasioni del ricordo. Un ricordo rispettoso e intransigente che, da giovane cronista in formazione, conservo dello scorso settembre.
Ho realizzato articoli dedicati a questa festa per il Viterbo News 24, la mia amata testata di lancio nel mondo dell’informazione: la prima, mia memorabile scuola di giornalismo. Non so, attualmente, a quanti colleghi universitari abbia raccontato della notte del 3 settembre, dei pezzi editati con solerzia e curiosità inesauribile… Credo di aver perso il conto anche degli aggiornamenti da tutto il team durante la serata, tra corrispondenti che inviavano istantanee in sequenza e la direzione sempre attiva, che ha coordinato con classe la nostra baraonda di emozioni. Insomma, un dibattito con sé stessi che consiglierei di intraprendere a tutti, con l’obbligo, però, di uscirne vincenti e innamorati del proprio sudore. I Viterbesi hanno la maiuscola perché resistono a descrizioni veloci: sono invece dei gusci d’uovo dal dolce tuorlo in penombra, che si schiudono completamente davanti al fuoco della tradizione e diventano delle fiamme di gioia nei contesti più inaspettati. Un po’ caparbi, un po’ essenziali, guidano chi non conosce la Santa a incontrare la meraviglia delle sue gesta, il calore che emana la sua presenza tenace, la forza sopraffina della sua bontà. Mentre battevo i miei caratteri al PC, una folla infinita spiccava in ogni immagineinviata: per me, costruire una collana di racconti con tutto il materiale disponibile era diventato un progetto di speranza.
Mi ero immaginata anziana, in un mondo in cambiamento, con la Santa Rosa dei nostri anni da difendere, e ho pensato che sarebbe stato giusto che la scrittura avesse fatto il suo corso. Nei giorni precedenti avevo sentito diverse personalità, tra cui i costruttori Fiorillo e lo stesso Luigi Aspromonte, con la responsabilità di guidare il Trasporto per colmare un’assenza provvisoria: quella di Sandro Rossi, cuore ufficiale della Macchina. Semplificare con i miei strumenti l’immersione dei lettori in ogni attimo è stato il tragitto più potente del mio tempo, degli appena ventun anni che avevo, e questa vetta di sensazioni è rimasta a lungo incontrastata.
Ogni pubblicazione in tempo reale sembrava animarsi in automatico, in un fluire di magia che solo una pronta lettura avrebbe potuto ricollegare alla realtà. Monitoravamo tutto, consapevoli di rendere un servizio: la rivista dedicata alla festività locale ci ha testimoniato un’adesione importante ai valori di comunità, essendo arrivata a tanti e, soprattutto, essendo nata per incorniciare la relazione di tutti con questo momento. Quando la Santa è trasportata, la storia si riaccende e il cammino per proteggerla si avvalora: se a inserirsi tra un mattone e l’altro è una persona ancora inesperta della sua luce, allora è lì che la grandezza si moltiplica, e che mestiere e condivisione si ampliano per dare amore.
Elsa Berardi