La mia Santa Rosa… fa rima con viterbesità. Un legame tra le due parole imprescindibile. Un Viterbese non può considerarsi tale se non ama Santa Rosa e la sua festa. La mia Santa Rosa è un’immensità di fotogrammi che scandiscono la mia vita fin dalla prima infanzia, la mia Santa Rosa è Spirale di fede, che si intravede dai palazzi, vista da piazza del Comune, il primo ricordo nitido indelebile.
La mia Santa Rosa è Sinfonia d’archi, a largo Cesare Battisti, con gli amici dell’adolescenza, ore ad aspettare per vederla passare cinque secondi. La mia Santa Rosa è l’odore della segatura del cuscinetto da facchino della minimacchina, con le farfalle nello stomaco quando sentivo arrivare la banda.

È il “ritiro alle scole rosse” da bambino a salutare il zi’ Pino e il zi’ Mario, giovani facchini. È la “machina” del Papa a piazza delle Erbe, in braccio al mi’ padre, che passa veloce (all’epoca non c’era la fermata), con le fiaccole spente dall’acqua incessante. È la gioia incredibile di essere diventato Costruttore di Gloria prima, e Dies Natalis poi. La mia Santa Rosa sono le giornate e le nottate intere, passate a costruire due Macchine, con la paura e allo stesso tempo la voglia di riuscire in un’impresa che passerà alla storia di questa città. È l’emozione da spettatore e la responsabilità da addetto ai lavori. È la foto di rito col mi’ fratello facchino sotto casa, il 3 settembre.
È l’abbraccio con la Pallotta a piazza del Comune nel giorno del montaggio. È il saluto a via Mazzini ai miei fratelli facchini mentre vanno al boschetto ed io corro sotto la Macchina a verificare che sia tutto pronto per la Mossa.
È la visita a Lei, al santuario, da solo, a fare due chiacchiere col cuore pieno di fede e commozione, ogni volta che vado su…
Questo e molto altro è “la mia Santa Rosa”, emozioni che ogni Viterbese porta a modo suo nel proprio cuore.
Mirko Fiorillo