Dark Light

È stato l’anno in cui ho usato un paio di volte Chat Gpt, tre al massimo (giuro, non di più). L’anno in cui ho imparato a usare Canva. L’anno in cui mi sono iscritta al corso per podcaster.
L’anno in cui ho coltivato e messo a frutto quel progetto iniziale de La NarrAutrice, nato come un semplice blog di racconti, oggi conosciuto e apprezzato anche per quei racconti che porto in giro per la mia città. Quelli miei e quelli del Natale dei viterbesi. L’anno in cui ho intensificato la mia attività di docente in comunicazione. L’anno in cui ho dato la mia voce a un documentario importante. Un documentario dedicato alla nuova Macchina di Santa Rosa. Voce narrante per un progetto che ho portato avanti durante l’estate insieme a un grande professionista (e ora anche grande amico) come Gianmarco Carvone. Un lavoro, forse il più importante della mia vita, che mi ha fatto emozionare e commuovere. Che mi ha riempito il cuore di bellezza in un’estate difficile. È stato l’anno di un’impegnativa diretta televisiva del Trasporto della Macchina di Santa Rosa lo scorso 3 settembre. Un anno altrettanto impegnativo e intenso all’Ufficio Stampa, in Comune, dove trascorro gran parte delle mie giornate. Il 2024 è stato l’anno in cui più volte sono tornata a presentare su un palco caro al mio cuore e a quello della mia famiglia come il Teatro dell’Unione. È stato l’anno in cui ho preso coscienza che il mio adorato cane Mojito ha più di 14 anni, e che per la prima volta, lo scorso novembre, ho temuto mi lasciasse. Ed è stato nel momento stesso in cui la Clinica Veterinaria “Città dei Papi” di Viterbo me lo ha rimesso in piedi, che ho iniziato a vedere in quel ritorno a casa un regalo, un regalo per ogni giorno che resterà accanto a noi.
È stato l’anno in cui, a pochi giorni dal Natale, se ne è andata una cara persona, a cui vorrò sempre bene e che porterò sempre nel cuore.
Il 2024 è stato l’anno della Tour Eiffel, di Notre Dame e di MontMartre. L’anno del brusco atterraggio a Fiumicino, di ritorno dalla bella Paris.
L’anno in cui ho cercato di fare quadrato su me stessa. L’anno in cui ho dato un taglio netto ai miei capelli. Dopo averlo dato a una parte della mia vita. L’anno in cui non vedo l’ora che queste feste finiscano.
L’anno in cui ho compreso che è arrivato il momento di riempire quelle pagine. Che stanno lì, che aspettano di essere scritte. Ho capito che ho voglia di cose belle. Ho capito che ho bisogno di rallentare, di annoiarmi più spesso. Ho bisogno di recuperare. Di disconnettermi più spesso da tutto. Da tutti. Anche da me stessa. Un altro anno vissuto con quell’ala spezzata con cui da due anni a questa parte ho imparato a convivere. Non perché abbia accettato di farlo, ma perché è l’unico modo che mi consente di volare. Di fare affidamento solo su me stessa. Anche con un’ala sola. È l’unico modo che mi consente di rialzarmi, tra una caduta e l’altra. Nonostante tutto. Nonostante tutti. E tutte. È stato l’anno in cui ho capito che la serenità devo cercarla e trovarla solo dentro il mio cuore. Negli occhi di mia figlia e di quelle poche persone che ho accanto e di cui mi fido. Ho capito che devo fare in modo che ci resti, quella serenità nel mio cuore, una volta trovata. Che per anni me la sono dimenticata.
È stato l’anno in cui ho capito che per troppo tempo mi sono accontentata.
L‘anno in cui ho capito che doveva andare così. Che tutto è andato come doveva andare. Così come è andato. E che alla fine va bene così.
L’anno in cui ho compreso che le persone non cambiano. Ma che la rabbia e la delusione cambiano te. L’anno in cui ho capito che c’è un tempo per tutto. Anche quello per dire basta. C’è il tempo della ragione. Di cui non me ne frega più niente. E poi c’è quel tempo che ti fa finalmente vedere le cose per come sono. Con lucidità. Poi sta a te, cambiarle.
Non mi aspetto nulla dal nuovo anno. Ma in quella serenità, che tanto rincorro, sinceramente, un po’ ci spero.

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