Dark Light

Per me e i miei amici dell’epoca gli esami di maturità erano una sorta di linea di demarcazione fra l’essere ragazzi e diventare, finalmente, adulti.

Erano gli anni ottanta e la cultura dominante di quel periodo ci voleva tutti vincenti, senza dubbi su noi stessi, tutti belli, vestiti con colori sgargianti, perennemente abbronzati oppure con chili di fard sul viso. Lo chiamavamo ‘edonismo Reaganiano’: un’epoca in cui venivano celebrati il successo e la ricchezza, e il resto veniva ignorato.

Io però ero e soprattutto mi sentivo molto diversa dalle persone attorno a me.

Ero cresciuta a Milano ma da genitori del Sud, e questa mia ‘differenza’ non veniva mai dimenticata nella mia scuola, che era piuttosto elitaria. Avevo infatti iniziato il Classico nel prestigioso Liceo Parini di Milano: un istituto la cui eccellenza mi porto ancora dietro.

A metà del ciclo scolastico la mia famiglia si trasferì a Latina, che praticamente era l’esatto opposto di Milano. Meno precisione, meno efficienza, ma in cambio una nuova vita per me che potevo girare in assoluta libertà col mio primo motorino, il mitico Sì blu della Piaggio, e soprattutto un nuovo amico: il mare, che poteva essere raggiunto in pochi minuti.

Gli anni del Liceo sono sempre i più formativi dal punto di vista umano, secondo me.

Anche a Latina ero diversa dai miei compagni: avevo un accento milanese che inizialmente veniva deriso e che comunque scomparve immediatamente, e andavo in giro per il mondo con una nuvola nera sopra la testa. Ascoltavo i Sex Pistols (mi chiamavano ‘Johnny Rotten’) e detestavo Venditti e la sua ‘Notte prima degli esami’ uscita da poco, perché mi sembrava troppo qualunquista e nazional-popolare.

Ricordo che in quegli anni venne il Presidente Pertini in visita in città. All’epoca portavo i capelli cortissimi e fumavo la pipa, e i miei compagni mi sfidarono a sfilare la pipa dal taschino del Presidente mentre camminava in mezzo alla gente stringendo le mani a tutti. Naturalmente non lo feci: amavo Pertini.

L’idea di una Europa Unita stava appena iniziando e con un tema scritto a scuola incentrato sull’europeismo, io e cinque mie compagne di classe vincemmo un viaggio gratuito a Parigi e a Bruxelles: naturalmente eravamo strafelici. Pensavamo davvero che una Europa Unita avrebbe cambiato il mondo.

Agli esami di maturità uscì Greco, e mi ritrovai a studiare Omero in lingua originale sotto il sole cocente di un luglio laziale.

Nei giorni prima della Maturità eravamo tutti concentratissimi: non si parlava d’altro.

Studiavamo come matti di giorno, e alla sera ci si ritrovava al ‘giro’, ovvero l’angolino del centro scelto dal gruppo come seconda casa, all’aperto. Ogni gruppetto di amici aveva un ‘giro’ diverso: il nostro giro era sotto i portici, davanti alla cartoleria Manzoni.

Eravamo, evidentemente, più pigri dei ragazzi viterbesi che invece vanno avanti e indietro per il Corso facendo ‘lo struscio’.

Durante gli orali un ragazzo molto carino che mi piaceva era talmente teso e preoccupato che svenne davanti alla Commissione. La Presidente di Commissione non fu affatto empatica e fece una battuta crudele sulla sua inadeguatezza.

Io presi un misero 44/60: a quei tempi la scuola non mi interessava e io non interessavo a lei. Qualche anno più tardi mi riscattai con la Laurea prendendo il massimo dei voti in una Università straniera dove i nativi madrelingua del mio Corso presero tutti meno di me. Che soddisfazione!

Finita la maturità, tutti a festeggiare nell’unico pub di Latina: la mitica birreria “da Rocco”. Il termine pub però non si usava ancora, e noi bevevamo birra chiara o vino bianco atteggiandoci già ad adulti nonostante la giovane età.

Finita la maturità mi iscrissi a Biologia: volevo diventare una Etologa e studiare il comportamento animale. Mi ci vollero quattro esami per capire che quella non era la mia strada.

Qualche anno dopo, a ventitrè anni, sarei andata a vivere a Londra dove ancora una volta mi sarei sentita ‘diversa’ in quanto immigrata, ma quella è un’altra storia.

Lietta Granato

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