Dark Light

Per raccontare un po’ della mia vita da facchino devo ritornare con la mente a quando avevo quattro o cinque anni, quando,  i miei genitori e i miei nonni, mi portarono a piazza Fontana Grande a vedere la Macchina di Santa Rosa. Era pieno di gente. Mio padre mi prese sulle spalle, poi si spensero le luci e la gente cominciò a gridare, “eccola!”, “arriva!”. Rimasi un attimo interdetto, senza sapere bene cosa aspettarmi.
Poi apparve come d’incanto con tutta la sua maestosità, con lo splendore dei suoi angeli. Le fiaccole e i bicchieri con la cera rossa. Ondeggiando, creavano uno scintillio che la rendeva viva, bellissima, un’immensa esplosione di luce. I miei occhi brillavano, questa meraviglia mi aveva colpito dritto al cuore e senza ombra di dubbio posso dire che fu quello il momento in cui scoccò la scintilla.

Mi innamorai subito, da lì capii che non era una festa come le altre, la gente urlava, vedevo persone con le lacrime agli occhi, c’era chi saggiamente invitava a fare silenzio perché altrimenti il grande frastuono avrebbe coperto i comandi del mitico costruttore Giuseppe Zucchi. Mentre la “macchina”, con Rosina in cima, mi passava davanti sembrava che danzasse, poi ad un tratto quell’espressione di bellezza e potenza si fermò e dolcemente venne adagiata sui cavalletti.

Mi sembrava incredibile quello che stavo vedendo, avevo i brividi. È così che ti entra dentro e col passare del tempo quei brividi e quelle emozioni sono sempre più intensi. Poi, mentre ero sulle spalle di mio padre si alzò il grido “sotto col ciuffo e fermi!”, seguito dal “sollevate e fermi!”, la macchina si sollevò. Poi ancora “Santa Rosa avanti!” e in un attimo si allontanò affievolendo pian piano il suo bagliore finché sparì tra i palazzi.

Ci ritrovammo al buio nel grande brusio generale fatto di opinioni, commenti sulla bellezza di quel “campanile danzante” e sull’impresa di quegli uomini, “i facchini” che donando tutto loro stessi l’avrebbero ricondotta in cima all’impervia erta finale, la dimora di Rosa. Da quel giorno in poi non mancai più all’appuntamento. Mai!

Crescendo, con i miei amici del quartiere, cominciai a impegnarmi per costruire la minimacchina, arrangiandoci come potevamo, cercando di recuperare offerte qua e la e spesso anche mettendo mano al nostro “cipignolo”. Troppo forte il richiamo di Santa Rosa, non potevamo non realizzare qualcosa che ci facesse sentire vicino a Lei.
In quel periodo seguivamo, insieme ai suoi nipoti, il grande facchino Carlo Lini, detto “omo sodo” e mio zio Mario, che in primis ha fatto crescere in me la passione di entrare a far parte dei
“cavalieri di Rosa”. Era dopo l’86, anno in cui la macchina rischiò di cadere, avevo diciassette anni; assistendo al trasporto di “Armonia Celeste” giurai a me stesso che l’anno successivo sarei diventato facchino. Fu l’allora mio datore di lavoro Franco, già facchino da dieci anni, che mi fece provare la “cassetta” di centocinquanta chilogrammi.

Ricordo che incuteva timore solo a guardarla ma non rinunciai a provarci. Troppo pesante, per me era un macigno e a quel primo tentativo, ahimé, non riuscii neanche a sollevarla. Franco allora mi punzecchiò e con uno sguardo tra il serio e il faceto mi disse che non ce l’avrei mai fatta. Colpito nell’orgoglio riprovai subito una seconda volta e poi una terza e finalmente la sollevai. Dentro di me dicevo: “finalmente ti ho sollevata ed ora camminerò con te sulla schiena”. Lo rifeci nei mesi a seguire e ogni volta sentivo che andava sempre meglio.  

Arrivarono le prove di giugno 1989, avevo 18 anni; entrai nella chiesa della Pace dove c’erano quei “mostri sacri”, in senso buono, come il grande Nello Celestini e i facchini più anziani che ti squadravano da capo a piedi, mi tremavano le gambe; poi la rasoiata: “si prepari Corinti!”.   Andai sotto con la mia incoscienza e la mia giovinezza e feci i tre giri molto bene, salutai ed uscii da quella chiesa fiero di quello che avevo fatto, con la speranza di essere preso. Il tempo passava ma la famosa lettera di idoneità a facchino non arrivava e le mie speranze si affievolivano.

Un pomeriggio ero con la mia comitiva, si avvicinò mio fratello e mi sussurrò: “È arrivata una lettera dal sodalizio”. Corsi fino a casa a perdifiato, come non avevo mai fatto, con il cuore in gola e una grande aspettativa. Aprii la lettera con un’emozione fortissima.

Non potrò mai dimenticare quella frase che conservo nel cuore e che mi ha regalato un grande spirito di appartenenza: “Massimo Corinti benvenuto a far parte della nostra grande Famiglia, preparati la divisa e il cuscinetto pieno dì segatura”.

Mi sembrò di volare, di toccare il cielo con un dito, la mia gioia era incontenibile, nei giorni a venire percepivo forte il mio orgoglio di essere facchino, quasi al limite del vanto. Finalmente il sogno di sempre si era avverato! Giunse il 3 settembre, il giorno del trasporto e l’indicazione per noi “nuove reclute” inserite tra le riserve era quella di tirare le corde sull’ascesa finale, ma prima, avremmo dovuto togliere i cavalletti di ferro al “sollevate e fermi” a S.Sisto.

Avevo una tensione enorme, lì, sotto alla base, ho provato una sensazione incredibile: sentire la macchina che si muoveva già prima del “sollevate e fermi” di Nello, solo al contatto con i facchini, ancora oggi mi fa accapponare la pelle. Dopo due anni di ruolo alle corde, Stefano, guida storica, mi avvicina il giorno che precede la prova generale e mi dice: “non mancare domani mattina!”, “perché?”, rispondo. “Non mancare!” ammonisce lui. La mattina mentre Nello leggeva la formazione il colpo di scena. Alla chiamata delle spallette fisse destre esce il mio nome. Per un attimo rimango interdetto, ma pochi secondi dopo sono sotto “Sinfonia D’archi” per la prova del traliccio, da lì ha inizio il mio ruolo di spalletta per 18 anni, durante i quali ho vissuto grandi esperienze.

Ricordo nel 2007 quando una tromba d’aria spinse il ponteggio con la macchina addosso al campanile di S. Sisto creando danni a entrambe le strutture. Vedere gente di una certa età piangere e disperarsi di fronte a quella situazione mi ha segnato fortemente. Il trasporto sembrava compromesso, sembrava finita. Ma la forza del costruttore, dell’ideatore e del sodalizio insieme alla fede di tutta Viterbo riuscirono miracolosamente a far sistemare la macchina liberandola da quella che era diventata quasi una gabbia.

Eseguimmo quel trasporto con le lacrime agli occhi, non potrò mai scordare le emozioni contrastanti vissute in quei giorni. Tante emozioni si sono susseguite negli anni a venire, nel 2010 la gioia inaspettata di essere inserito nella posizione di “ciuffo”, la massima aspirazione, che, il facchino, diciamo così “d’azione”, spera di raggiungere.


Ogni volta che ci avviamo a prendere la macchina con la nostra Rosina, lungo il percorso, diventiamo un tutt’uno con la gente, sai che molti di loro sono lì dal giorno prima, che hanno dormito su una coperta o un sacco a pelo pur di esserci e spronarci con le loro grida, con quegli occhi che un facchino non dimentica, per iniettarti energie preziose. Questa cosa ci triplica le forze, poi risali verso San Sisto e appena superata Fontana Grande, da quella leggera semicurva si apre di fronte a noi quel bagliore nella semioscurità. La vedi, è stupenda. E il nostro cuore ha un palpito, l’ansia ci assale da ogni parte e troverà quiete solo quando sarà sulle nostre spalle, che, Qualcuno al di sopra di noi miracolosamente moltiplicherà per sessantamila, perché sotto la macchina c’è Viterbo!!!

Vorrei che tutti potessero provare l’emozione che prova un facchino lungo il percorso, incitato dai concittadini a portare in trionfo Rosa a casa sua! Quest’anno è terminata la mia carriera da Facchino sotto la macchina ed è iniziata quella di guida affianco al capo facchino con delle nuove e bellissime emozioni. Dopo 36 anni ho potuto riammirare la macchina da fuori e vederla danzare nuovamente come quella sera di tanti anni fa. Credo che il mio percorso non sia ancora finito, la passione è ancora intatta, credo sia giusto continuare questa bella missione per devozione verso Santa Rosa, per Viterbo, per dar seguito al grande impegno di chi ci ha preceduto e onorare tutti i nostri amici che ci hanno lasciato, ma che il sodalizio non dimenticherà mai. Evviva Viterbo, Evviva il Sodalizio, Evviva Santa Rosa!!!

Massimo Corinti

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Related Posts