Dark Light

di Cristina Pallotta

Ci provo. Ci provo a scattare quella fotografia che canta Raf nella sua Cosa resterà degli anni 80. Io proverò a ricostruire Cosa resterà “dei negozi” degli anni 80. Proverò a ricordare quei negozi che c’erano e oggi non ci sono più. Corso Italia, via Saffi, via Roma, via Mazzini, via dell’Orologio Vecchio. Ci proverò, senza tralasciare qualche riferimento ai negozi storici del centro, quelli che la storia l’hanno fatta con decenni di attività. E che magari sono nati negli anni ‘40. E allora voglio partire dal cuore. Sì, proprio dal cuore. Dal mio. Perché uno dei primi negozi che si incontrava imboccando il Corso da piazza del Teatro, era quello della mia famiglia. Spanata. Piccoli e grandi elettrodomestici, materiale elettrico, lampadari di cristallo di Boemia e in vetro di Murano. Anno domini 1940. Mio nonno Gilberto, stimato operatore del cinema, iniziava a scrivere un’importante pagina di storia della mia famiglia. Pochi mesi dopo arrivò la guerra. E poi finalmente la riapertura del negozio una volta terminata.

Lidia Spanata con in braccio la sorella Clara

Nel 1954 Spanata fu il primo a vendere televisori. La gente si radunava davanti alla vetrina per conoscere da vicino quella “scatola” con voce e figure.  Io ho ricordi nitidi dei primi anni 80. Mio nonno non c’era più. C’era mia nonna Bibiana, mia zia Lidia, mia madre e mio padre. C’era il maniglione per alzare e abbassare la saracinesca. Poi è arrivata la tecnologia. Bastava premere un pulsante per aprire e chiudere. Nel 1983 l’attività passò a mia madre. Ricordo i primi di dicembre. La vetrina di Natale era pronta per il giorno dell’Immacolata. Si faceva notte. Spesso tarda notte. Ma poi la mattina successiva era tutto addobbato. Coccarde e decorazioni colorate in vetrina, tra rasoi, phon, tritatutto, macchine per il caffè, lampade. Anche i lampadari appesi al soffitto diventavano allegri. Lampade, lampadari e anche lampadine. Prima di venderle si provavano se funzionavano. C’era un “affare” dietro il bancone che serviva per testarle, ma dovevi fare attenzione a non prendere la corrente. E poi ti dovevi ricordare a selezionare il voltaggio: 125w o 220w. Dall’8 dicembre io mi divertivo a vendere le lampadine colorate per le luci degli alberi di Natale. E puntualmente anche noi, a casa, dovevamo fare affidamento a quelle piccole luci. Ogni anno, con mia madre, quando facevamo l’albero, c’era qualche lampadina che non funzionava. E allora lei andava al negozio a prenderne di nuove. Se chiudo gli occhi, di quel negozio, ricordo ancora tutto. La disposizione della merce, degli scaffali. Il termosifone. I cassetti. Il vecchio telefono, vicino alla porta delle scale. 32800. Non esisteva il prefisso per le chiamate urbane. Poi si aggiunse una cifra e divenne 342800. Ricordo il piano di sopra, dove spesso facevo i compiti o giocavo. Giocavo con la macchina da scrivere. Scrivevo. Inventavo lunghe lettere e una volta terminate ricominciavo con altri nuovi pensieri. Le scrivevo sui fogli delle lampadine Osram (sì, proprio quella Lampada Osram che cantava Claudio Baglioni). Nel mese di dicembre si sentiva la musica che arrivava da fuori, in filodiffusione.

“Buon Natale, Buon Natale. Perchè sia quello buono. E ti porti un sorriso, e la gioia di un dono. Sotto l’albero stanco di frutta e di mele, è un Natale più bianco se viene la neve”. Ricordo bene le parole di questa canzone. Sono andata a ricercarle ora su YouTube per dare un nome all’autore, e ho scoperto che la voce è quella di Paolo Barabani, nome sconosciuto nel mio repertorio musicale, la cui melodia però è rimasta nella mia mente da oltre trent’anni. Spesso andavo a prendere le sigarette per mio  padre alla tabaccheria che stava poco più giù del nostro negozio, da Giorgio Vittori. Ma mi pare di non averlo mai conosciuto questo signore. Adesso al suo posto ci sta la Salmoiraghi. Altre volte andavo a prendere il pane da Serafino, quando Serafino era tra l’inizio del Corso e piazza del Teatro. Non ancora proprio a piazza del Teatro, accanto a Franco e Orfeo dei Latticini. Ricordo “i vicini”: a sinistra, il Banco di Roma, che ha poi lasciato il posto a Lisi & Bartolomei; a destra c’era Valeri, il negozio di timbri. Poi è arrivata Rita Cappelli, con Dominique e le sue scarpe. Ancora oggi sono in vetrina. Di fronte, la sanitaria, gestita dal signor Angelo. Anche se mi fa strano chiamarlo così. Per tutti era Angioletto. Al suo posto è arrivata Mia Cappelli, con le sue raffinate borse e gli eleganti ed esclusivi accessori da cerimonia che abbiamo apprezzato fino a qualche anno fa. E poi ancora il cinema Corso, che sta lì. Dormiente. Da troppi anni. Ritornando sull’altro lato del Corso, quello dei civici pari, ricordo la signorina Elena con i suoi cappelli qualche metro più avanti rispetto al nostro negozio. E poi il primo Try Me. Le scarpe di Giusy. Gli affettati di Firmino, storico negozio di alimentari norcineria che ha chiuso i battenti alla fine degli anni 80. Chi ha resistito invece fino a qualche mese fa è stato il bar Miani. Gestito dal signor Mario (Miani) insieme alla moglie. Un bar che si è mantenuto sempre uguale. Tutto al suo posto. Come negli anni 80 quando andavo a prenderci quella che era una vera gassosa e quando dietro al bancone ci lavorava un educato e giovanissimo Gianluca Di Prospero. Tempo  fa se n’è andato anche il sor Mario. E il bar ha chiuso. Accanto c’era il negozio di abbigliamento. Abbigliamento classico.  Ha chiuso circa un anno fa. Ecco. Sapevo che sarebbe finita così. Che avrei dedicato gran parte di questo articolo al negozio della mia famiglia. Ma come si dice? Al cuor non si comanda. E lì dentro c’è rimasto un bel pezzo della mia infanzia e sono certa un pezzo di cuore della mia famiglia. Spanata, lo storico negozio di elettrodomestici, lampadari e materiale elettrico non c’è più dal 1992. Lo stesso anno in cui se ne andò mia nonna Bibiana. Adesso al posto del nostro negozio ci sta Bracci. Ogni volta che passo davanti a quella vetrina riaffiora puntuale qualche ricordo. La volta che ho iniziato a correre dalla fine della discesa di via Mazzini per lanciarmi addosso a mio padre fuori dal negozio, ma ho inciampato e mi ha preso al volo un signore che passava. Il giorno che è arrivato il registratore di cassa e finalmente potevo giocare a fare la cassiera con una vera cassa. Il giorno in cui ho venduto la mia prima lampadina e mi sono sentita grande. Ogni volta che passo da lì, all’altezza della “svolta”, per un istante rivedo quella vetrina di Natale con quelle grandi macchine del caffè, con sotto le tazzine beige e marroni. Quelle tazzine ora sono a casa. E il caffè lì dentro è più buono.

2 comments
  1. Quanti ricordi e quante emozioni hai risvegliato in me con questo pezzo… è stato un piacere leggerlo e soprattutto riviverlo. Grazie e complimenti ancora per la tua competenza narrativa.

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