Dark Light

Ogni anno torno a rileggere quel racconto che ti ho dedicato per il tuo primo compleanno. Credo resti il più bello. Il più bello tra i più bei racconti che abbia scritto in questi anni. Fino a un paio di anni fa di tanto in tanto volevi che te lo leggessi. Dallo scorso anno te lo rileggi tutte le volte che vuoi. E mentre lo leggi ogni tanto fai qualche pausa. Ti fermi. E mi domandi qualcosa. Perché non ti stanchi mai di ascoltare tutto quello che è accaduto quel giorno che sei nata.

E allora mi chiedi se quella mattina c’era il sole, se faceva freddo. Se pioveva. Poi riprendi la lettura. Ti fermi di nuovo e mi chiedi se hai pianto quando per la prima volta hai respirato l’aria di questo mondo. Chi c’era quando siamo tornate in camera insieme. Mi chiedi della nostra prima notte una accanto all’altra, che non ho dormito un istante per guardarti. Per convincermi che eri vera. Che finalmente eri arrivata davvero. E giù che cominciamo a raccontare insieme. Perché ormai sai benissimo tutto. Vai avanti con la lettura del racconto. Poi un’altra pausa, poco prima di arrivare all’ultima riga. Quando ci accorgiamo di avere entrambe gli occhi lucidi. E allora scoppiamo a ridere, perché lo sappiamo che con quel racconto ci commuoviamo sempre.

In questi anni abbiamo scoperto che ci somigliamo tanto. Siamo testarde come muli. E che se alcune volte mi fai perdere anche l’ultimo grammo di pazienza rimasto, più di tanto non posso dirti. Perché altrimenti dovrei rinnegare me stessa, e quel mio carattere che spesso maledico e che altre volte mi fa sentire fiera delle mie conquiste più importanti. Condividiamo l’intensità delle nostre emozioni. Nel bene e nel male. La bellezza del tuo viso quando sei felice e fiera di qualcosa che hai fatto. A scuola, o nelle tue giornate. Qualcosa in cui credi. La sera della “tua” Minimacchina, quando all’arrivo, stanca e sfinita mi abbracci, orgogliosa della tua lunga giornata da Facchina di Santa Rosa. La tristezza, quando qualcosa ti preoccupa o ti fa stare male. Come quella sera, qualche settimana fa. Quando ti ho detto che Mojito lo avevo lasciato in clinica perché stava male. Quel tuo silenzio e quei tuoi occhioni pieni di lacrime non me li scordo. Non mi scordo che quella notte sei andata a cercare quel cane di pelouche che hai ignorato per anni e te lo sei portato a dormire. Così come non dimenticherò il tuo sorriso bellissimo quando due sere dopo sei tornata a casa e l’hai trovato che ti aspettava sulla porta.

Ritrovo certi tuoi atteggiamenti nei miei, alcune miei interessi sono i tuoi. Condividiamo la passione per la musica, per i libri, la curiosità per la storia. Della nostra città, della nostra famiglia. Ci emozioniamo con un filmato, una canzone. Una storia che leggiamo o ci raccontiamo. Ci basta poco per essere felici, anche una semplice giornata insieme, un sabato pomeriggio a teatro, oppure a fare laboratori, andare alle feste o fare un aperitivo.
Siamo cresciute, cara Elsa. Siamo cresciute da quel 15 dicembre in cui siamo nate. Insieme. Tu come figlia, io come madre. In questi sette anni ne sono successe di cose, amore mio. E spesso mi sono mancate le parole. Le parole per risponderti ad alcune cose che mi chiedevi.
Mi è mancato il respiro, quando, con il cuore a pezzi, ti ho dovuto dare una notizia che solo a pensarci mi si spezza di nuovo la voce. Mi è mancato il coraggio quando un’altra volta mi facevi alcune domande e inizialmente non sapevo cosa risponderti. Ma poi quel coraggio me lo hai fatto trovare tu, quando guardandomi negli occhi capivo che avevi capito. E allora parliamo. Ci parliamo da grandi. Questi ultimi due anni non sono stati facili. E tra scossette, scossoni e terremoti cerco di proteggerti.

La sera in questo periodo ci troviamo sempre davanti quell’albero acceso, alla fine di una lunga giornata, abbracciate a guardare quelle luci colorate rincorrersi in compagnia di un paio di canzoni di Natale che ci piace ascoltare ogni anno. Mentre Mojito camminando fa cadere l’ennesima pallina dai rami più bassi. Finisce sempre così la giornata. Noi che giochiamo, anche solo per pochi minuti. Vi guardo. E va bene così.

Sei grande Elsa. Mi sei diventata grande sotto gli occhi. Vorrei dedicarti più tempo. E impormi di non lasciare troppo spesso in ordine sparso le priorità quotidiane.

Quella mattina di sette anni fa mi hai cambiato la vita. Non sono una madre perfetta, ma spero di essere una buona madre. Sei una bambina  buona, e dolce, che ha tanto da insegnarmi.

Buon compleanno figlia mia. Grazie dell’amore che mi regali ogni giorno.

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