In questo 18 marzo, Giornata nazionale in ricordo delle vittime del Covid-19, voglio ripercorrere alcuni di quei giorni, quei giorni di marzo del 2020. Quando il mondo sembrava essersi fermato. E le nostre vite scorrevano più veloci di prima. Lo faccio attraverso un estratto della mia tesi di laurea. Eviterò in questa occasione i dettagli più tecnici, numeri, dati, percentuali legati al mio lavoro. Lascerò spazio ai miei pensieri. Al mio vissuto. Ai ricordi di quei giorni impazziti. Per chi vorrà, questo sarà solo l’inizio di un lungo racconto.
Distanti ma connessi. Gli usi sociali del web durante la pandemia
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2.1 L’informazione ai cittadini e gli uffici stampa istituzionali. I giornalisti si raccontano
In questo primo blocco analizzerò il lavoro portato avanti da tre importanti realtà istituzionali del territorio. Realtà in prima linea sul fronte informativo per tutto quello che ha riguardato la comunicazione istituzionale in un periodo di emergenza. A differenza delle esperienze dei colleghi degli uffici stampa di Asl e Diocesi, per le quali ho utilizzato la forma dell’intervista, in questo primo caso, che parla del Comune di Viterbo e che pertanto mi vede coinvolta personalmente, ho ritenuto corretto esporre il lavoro parlando in prima persona, usando come metodo quello della testimonianza diretta.
In qualità di responsabile dell’ufficio stampa del Comune di Viterbo parto da qui. Dal caso Comune di Viterbo. Il 6 marzo 2020 è stato il mio ultimo giorno di lavoro in presenza. Da lunedì 9 marzo 2020 comincia formalmente il lavoro agile. Dal 6 marzo è iniziata una fase lavorativa difficile. Senza orari. Senza tregua. Tutto il prolungamento di tutto. Vita privata e lavorativa si sovrappongono. Ecco la mia esperienza diretta.
2.1.1 Comune di Viterbo – Strumenti, canali e contatti per una comunicazione di emergenza
Ero inquieta, preoccupata e agitata quel venerdì 28 febbraio, a conclusione della mia giornata lavorativa. Non vedevo l’ora di uscire da quell’ufficio, con il pensiero in testa che già mi metteva ansia per il ritorno del lunedì successivo. A mettermi ansia erano quelle circolari della Prefettura che cominciavano ad arrivare con alcune disposizioni riguardanti l’argomento del momento: il Coronavirus. Lungo il corridoio, sulle porte degli uffici, delle locandine stampate con messaggi informativi in merito ad alcuni comportamenti da tenere per evitare eventuali contagi.
Arrivo alla fine del corridoio, saluto al volo gli uscieri commentando l’atmosfera assurda che improvvisamente era calata intorno. Apro la porta per uscire. Ma istintivamente uso il gomito coperto dal giubbotto e non la mano nuda. Eccola. Ecco la prima abitudine stravolta. La prima di una lunga serie che di lì a poco avremmo cambiato e che ancora non avremmo potuto immaginare. Esco dal portone principale di ingresso. Era buio e faceva freddo. Dall’altra parte della strada un’ambulanza ferma, stava dando soccorso a una donna che aveva accusato un malore.
Davanti al portone passa un signore. Lo stesso mio sguardo, tra il preoccupato e l’incuriosito. Cosa sarà successo a quella signora?
Speriamo nulla di grave. Penso tra me. L’uomo cerca di nuovo i miei occhi, quasi come volesse condividere un pensiero. Incontro il suo sguardo. Lo assecondo ripetendo questa volta a voce alta la stessa domanda che un istante prima mi ero posta.
“Eh, chi lo sa”. Mi risponde.
“Adesso con questa “cosa” che gira nell’aria. Saluto cordialmente e proseguo per la mia strada rivolgendo un ultimo sguardo in direzione dell’ambulanza. Fa molto freddo. Molto più di quello che avevo avvertito poco prima. È buio. Poca gente in giro. E non soltanto per la bassa temperatura. Raggiungo rapidamente casa dove c’è mia figlia di due anni che mi aspetta. Porto fuori il cane. Ritorno. Una telefonata ai miei genitori. La mattina dopo un messaggio di mia sorella. “Com’è la situazione in Comune? Ma perché non ti prendi le ferie? ‘Sta situazione non mi piace”. Non piaceva neanche a me. Neppure un po’. Era sabato 29 febbraio 2020. Anno bisestile. E i detti popolari sull’anno bisesto, anno funesto non si sono smentiti. Ma ancora non lo sapevamo. Io non sapevo neppure che esistesse la possibilità dello smart working, anzi, del lavoro agile. Sui social iniziava a girare con sempre maggiore frequenza il nome dello Spallanzani. Metto mi piace alla pagina della struttura ospedaliera romana. Do un’occhiata. Si parla di tamponi. Di bollettini. Di notizie legate al Coronavirus, casi sospetti, casi confermati, condizioni dei pazienti contagiati. La Regione Lazio iniziava ad emanare comunicati sull’emergenza con sempre maggiore frequenza. Nel mentre, proprio in quel fine settimana, in Comune eravamo scoperti con l’aggiornamento del sito istituzionale e dei canali social. La ditta, la nuova ditta individuata C dall’ente per la gestione di tali canali, la We Com, avrebbe iniziato il suo lavoro lunedì 2 marzo. La persona con la quale mi sarei dovuta interfacciare era la dottoressa Angela Luisa Colasuonno. Ci eravamo sentite un paio di volte nei giorni precedenti per concordare le modalità di invio e pubblicazione dei comunicati stampa e le tempistiche per la pubblicazione dei post su social. Comunicati stampa e post riguardanti l’attività istituzionale del Comune di Viterbo. Ovvero tutte quelle notizie inerenti la comunicazione ordinaria, che, in qualità di responsabile dell’ufficio stampa dell’ente avevo sempre trasmesso negli anni alle precedenti ditte a cui era stato affidato il servizio, salvo eccezioni in caso di necessità, in cui provvedevo al volo io a coprire la pagina social. Più o meno stesse modalità e tempistiche. Ebbene, niente di tutto questo. Salta tutto. Per la comunicazione istituzionale ordinaria ci sarà tempo. Dal 2 marzo si passa alla comunicazione istituzionale di emergenza. La dottoressa Colasuonno diventa Lilly. Dovremo sentirci spesso e lavorare di pari passo. E soprattutto dovremo lavorare bene e con rapidità. Non c’è tempo per la forma e i convenevoli. Si lavora meglio dandosi del tu.
Lilly e Cristina. Due donne, due giornaliste, da oltre vent’anni due esperte del mondo della comunicazione e dell’informazione. Si comincia.
Quasi tutti gli atti che girano su mail, protocollo interno e albo pretorio del sito istituzionale riportano nell’oggetto la dicitura “misure per il contenimento e la gestione dell’emergenza epidemiologica da Covid-19”.
Ed ecco nuove circolari prefettizie e ministeriali, le prime ordinanze – sindacali e dirigenziali – decreti, disposizioni governative, ministeriali, regionali. Le dichiarazioni del sindaco, quelle degli assessori coinvolti con le varie deleghe. Siamo nella settimana di limbo. Quella che va da lunedì 2 a lunedì 9 marzo. Intanto il 5 marzo, a Viterbo, abbiamo registrato i primi contagi. Le zone rosse erano ancora limitate alla Lombardia e a 14 province del centro nord. Gli uffici del Comune di Viterbo erano aperti.
Venerdì 6 marzo è stato l’ultimo giorno che ho lavorato in presenza.
Avevo paura di contagiarmi. Ho preferito prendermi le ferie e lavorare da casa. Avevo tutti gli strumenti per poter garantire il mio lavoro pur non stando in ufficio. Aperti anche i negozi e tutto il resto. Ma tutto lasciava presagire una chiusura di lì a poco. Come già accaduto nel nord Italia. Pochissime persone per le vie del centro, tutte con passo spedito, quasi a voler stare il meno possibile a contatto con l’aria attorno. Sguardi persi, si sorride di meno. Si ha voglia di rientrare a casa in fretta. In Prefettura si susseguivano riunioni del comitato di ordine e sicurezza pubblica. Il 4 marzo 2020 l’ufficio stampa del Comune di Viterbo chiede a We-Com di predisporre e attivare immediatamente un’apposita sezione sulla home page del sito istituzionale dedicata al Coronavirus […]
L’ufficio stampa del Comune di Viterbo, di cui sono responsabile, è composto da una sola persona: la scrivente.
È stato folle. Come folle è stato il periodo. La situazione. Tutto il contesto. Lo smart working, anzi, il lavoro agile. Agile per modo di dire.
Di agile c’era solo il fatto che potevi lavorare struccata, a piedi scalzi, con il pigiama, o con la prima t-shirt che trovavi nel cassetto. O forse perché potevi scrivere con il telefono in mano mentre con “agilità” ti spostavi da una stanza all’altra per rincorrere tua figlia che stava a casa perché il nido era chiuso. Nemmeno il pranzo e la cena erano agili.
Perché spesso saltavano, o venivamo posticipati a orari da destinarsi.
C’era da scrivere. A qualsiasi ora. Perché il sindaco chiamava a qualsiasi ora per comunicazioni urgenti. Perché dal Comune arrivavano atti da trasformare in comunicati stampa e inviare urbi et orbi. Perché il presidente del Consiglio firmava dpcm a qualsiasi ora e bisognava comunicare mediaticamente quello che prevedevano le disposizioni a livello territoriale. Perché dirigenti o capi servizio comunali dovevano comunicare nuove modalità di erogazione di alcuni servizi, modifiche agli orari di apertura. Le riunioni di giunta – seppur da remoto – c’erano.
Idem i consigli comunali. Le delibere venivano approvate. E la maggior parte riguardavano servizi, avvisi pubblici legati al Coronavirus. Notizie che dovevano essere immediatamente comunicate. Avevi solo l’imbarazzo della scelta. Alla fine l’esperienza ultradecennale ti serve anche per definire le priorità delle comunicazioni da dare. Anche se, anche se, ripetuto volutamente, anche a livello mediatico ci troviamo su uno scenario diverso, nuovo. Mai sperimentato. In tutto questo, che ne è stato delle care e tradizionali conferenze stampa? Venivano fatte su Zoom.
“Su cosa??” Mi sono domandata la prima volta che mi è stato chiesto di convocarne una. Da lì ho scoperto un mondo. Il mondo delle piattaforme. Lo ammetto, fino a quel momento per me un ambito sconosciuto. Ero completamente ignorante in materia. Mi documento per capire il funzionamento, il collegamento. Il link da inviare. La gestione della sala di attesa. Gli utenti da accettare. L’audio, il video da attivare. Mi vedete ma non mi sentite? Mi sentite ma non mi vedete?
Come tutte le cose, è bastata un po’ di pratica e tutto è diventato normale. Ora fare un collegamento tramite piattaforme, che sia zoom, meet o altro, è la cosa più semplice e pratica che possa esistere. Spesso sono io a proporre riunioni via zoom. A proposito di zoom. Ricordo la prima conferenza stampa. Pieno lockdown. Mi pare fosse qualcosa legato alle attività commerciali. Si apre la schermata. I colleghi della stampa. I volti, le voci. Mi emoziona ancora ripensare a quel momento. Mi sono commossa nel salutarli. Gli sguardi, i sorrisi. I sorrisi senza mascherina.
Rivedere persone conosciute, ritrovare dopo un tempo apparentemente infinito una pseudo normalità lavorativa e umana, seppur attraverso uno schermo, è stata una grande emozione, una di quelle che ricorderò insieme a tante altre di quel periodo.
A conclusione della pandemia, o più correttamente, quando ormai era cessata l’emergenza, l’allora sindaco decise di conferire un attestato di merito a tutti i giornalisti degli organi di informazione locali. Benissimo.
Nobile gesto. Ci sarebbero stati, però, anche altri tre giornalisti che, allo stesso modo dei colleghi premiati, avrebbero meritato quell’attestato, ma che invece sono stati completamente ignorati: tre professionisti (solo per fare riferimento a questa tesi, ce ne sarebbero anche altri), tre responsabili della comunicazione istituzionale di tre importanti realtà come Asl di Viterbo, Comune di Viterbo e Diocesi di Viterbo che per mesi hanno messo da parte la loro vita privata, anteponendo il lavoro a tutto, pur di garantire – per il solo forte senso di responsabilità, umana e professionale – una costante, corretta e puntuale informazione ai cittadini viterbesi. Piccolo inciso e semplice dettaglio che era giusto riportare, per rispetto verso il mio lavoro e quello degli altri due miei colleghi. La comunicazione in epoca Covid non è stata semplice. Devi scrivere. Devi informare. E ti devi sbrigare. Tutto è urgente. Quella che è l’ordinaria comunicazione istituzionale diventa improvvisamente comunicazione di emergenza. Non c’è tempo per riflettere troppo a lungo su quello che sta accadendo intorno, la paura te la tieni dentro, messa lì da una parte. Casomai la avvertirai di più la sera, quando sarai a letto con accanto tua figlia che si addormenterà tra l’una e le due perché la mattina non va all’asilo e sono saltati tutti gli orari. Dormi poco, dormi male. La tua testa continua a lavorare. Il clima surreale intorno, la stanchezza, la solitudine contribuiscono a rendere più sensibili le tue corde. Succede che tensione emotiva e responsabilità professionale quando si sommano all’ennesima potenza amplifichino ulteriormente quel senso di ansia, agitazione, al limite, in alcuni casi, della disperazione.
Come quella volta. Era il 16 marzo 2020 quando scrissi un comunicato stampa su un accorato appello “a stare a casa”.
Le parole erano quelle di un bergamasco. Un messaggio audio. La voce era di Diego Foresti, l’allora direttore generale della Viterbese. Da qualche giorno era tornato dalla famiglia, in quella città che in pochi giorni si era trasformata in un inferno. L’audio, divulgato a organi di informazione e pubblicato su canali social, istituzionali e non, fu diffuso dall’ufficio stampa del Comune di Viterbo, su richiesta del sindaco, per sensibilizzare e convincere i viterbesi a restare a casa. Ma prima di scriverlo quel comunicato per poi divulgarlo, quell’audio l’ho dovuto ascoltare.
Ascoltare. E ascoltare ancora. Con gli auricolari, per sentire meglio.
Parola per parola, dentro la testa, affinché potessi trascrivere testualmente l’intero messaggio. Ho respirato quelle parole, quelle pause, quella voce, quel dolore per una città allo stremo, quella preoccupazione per i suoi familiari. Alla fine di quel suo messaggio Foresti chiese ai viterbesi di sentirsi un po’ cittadini bergamaschi, un modo per fargli sentire la nostra vicinanza.
Quelle parole, a distanza di anni, riecheggiano ancora nella mia mente. Io quella voce rotta dal dolore non l’ho dimenticata. E non la dimentico.
Ecco l’audio con le parole che, con tutto il rispetto che meritavano, in punta di piedi, ho avuto il privilegio di ascoltare e diffondere affinché i cittadini viterbesi potessero proteggersi dal quel momento così difficile e doloroso che ha segnato tutti noi.
[L’audio si può trovare al seguente URL: https://youtu.be/PZYh91fxBNk ]
Così come non dimentico di quel periodo alcuni altri momenti, come il giorno del primo bollettino Asl con zero contagi a Viterbo dopo mesi di casi positivi. Addosso una grande emozione anche il giorno in cui mi fu chiesto di predisporre un comunicato per annunciare la riapertura dei cimiteri. Si iniziava a invertire il senso di marcia. Finalmente! In quel comunicato non ho visto una semplice notizia. Ma una speranza. La speranza che presto tutto sarebbe finito. Roba da pelle d’oca. Che solo a ripensarci piangi. Sì, è stato folle portare avanti da sola un lavoro immenso per un’emergenza così grande. Ma ad oggi, guardandomi indietro, con lucidità e razionalità, mi dico, era come se ci fosse stato in campo un team di comunicatori strutturato e consolidato. Operativo h 24. Sono stati sfruttati al massimo tutti i canali e gli strumenti a disposizione per comunicare e informare. Per mesi non sono esistiti orari, sabato, domeniche, feste. Tutto annullato, sospeso. Ho portato avanti il mio lavoro con orgoglio e con un immenso senso di responsabilità, con la testa e con il cuore. Quel cuore che anche sul lavoro fa sempre la differenza. E il mio, in quella tempesta, c’è stato davvero tutto.
Cristina Pallotta
Giornalista – Responsabile Ufficio Stampa Comune di Viterbo
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Dalla mia tesi di laurea “Distanti ma connessi – Gli usi sociali del web durante la pandemia”, discussa il 13 luglio 2023 all’Università degli Studi della Tuscia – DISUCOM [Corso di Laurea Magistrale in Filologia Moderna – Scienze delle Lettere e della Comunicazione multimediale]