Selvatica. Senza regole. Senza programmi. Senza catene. Le mie passioni da coltivare, il mio lavoro senza orari, il mio cane da coccolare. Le mie serate spensierate tra amici e musica. Altre solitarie, tra libri e film. Un’anima libera, che sapeva stare sola. Che sapeva stare bene, sola. Con qualche segno sul cuore, con un messaggio scritto sulla pelle. E questa ero io. Fino a sette anni fa. Fino a quando non sei arrivato nella mia vita. A piccoli passi, perché non ti sopportavo da anni. Hai presente quelle antipatie a pelle? Che solo vederti mi faceva scattare in automatico commenti poco eleganti nei tuoi confronti. Ecco. Quella specie di antipatia. E quella cena a dicembre con gli amici, che gioia averti di fronte tutta la sera. Poi quel Capodanno stile Vanzina che non dimenticherò, compresi gli ettolitri di alcol assimilati e postumi vari. Quella polentata a casa mia la settimana dopo con gli stessi amici del Capodanno e quella sigaretta fumata davanti al camino mentre gli altri finivano di mangiare. Quel caffè prima che tu partissi per qualche giorno. La mia antipatia verso di te era diminuita. Notevolmente. Soprattutto dopo quei tre/quattro mila messaggi tra noi, fino a tarda notte, in quei giorni di gennaio, a raccontarci gran parte delle nostre vite. Selvatico. Senza regole. Senza programmi. Anche tu uno spirito libero. Un po’ come me. Da quel momento non ho più messo distanze di sicurezza tra noi. O forse non le avevo mai messe. Ero curiosa di capire. Conoscerti. Scoprirti. E poi quella tua domanda. “Ti va di andare insieme alla festa di Andrea?”. Incredula e felice di quella richiesta, ho coraggiosamente deposto le armi. Ti eri appena conquistato un pezzo del mio cuore. Era il 17 gennaio 2015. Da quel giorno sei rimasto nella mia vita.

L’antipatia per te ogni tanto ricompare. Anche triplicata. Quando lasci in giro le tue cose e minaccio di buttartele di sotto. Quando fai cadere tutto quello che ti capita tra le mani. Quando travolgi tutte le cose che in casa ti trovi davanti. Quando distruggi del tutto quello che provi ad aggiustare. Quando inciampi su una zampa di Mojito e dici che lui è sempre tra i piedi. Quando ti perdi la strada di casa e mi dici “sto arrivando”. Quando guardi la partita della Roma, e tante altre partite, comprese quelle dell’eccellenza fino ad arrivare anche alla seconda categoria.
Capita che ci insultiamo spesso. Pesantemente. Con rabbia. Minacciando o simulando lanci di oggetti di medie o grandi dimensioni. Maledicendo quel 17 gennaio. Per poi finalmente lasciar sbollentire gli animi e far tornare tutto alla normalità.
La normalità di due persone che sono capaci di spedirsi seriamente a quel paese, ma che di fatto non sanno stare lontane.
La normalità di due persone che hanno scelto di scegliersi, di trovarsi. Di perdersi e ritrovarsi. Due persone che hanno scelto di restare.
Di restare, insieme. Anche dopo la crisi del settimo anno. Perché pure noi ce l’abbiamo avuta. E quando si inizia a trascurare le cose più piccole, si commettono gli errori più grandi.
Ma tutto serve. Sono serviti pure quelli. Gli errori.
E proprio da quegli sbagli siamo ripartiti. Restituendo valore a quelle piccole cose che avevamo dato per scontate o di cui ci eravamo dimenticati. Del tempo per noi due, per esempio. E questi miei pensieri oggi sono per te. Per te che leggi tutti i miei racconti. Che con alcuni ti commuovi. Come sicuramente starai facendo con questo in occasione del tuo compleanno. Oggi i miei pensieri sono tutti per te. Per te che fin dal primo giorno hai capito molte cose di me. Prima ancora che le capissi io. Per te che sei il padre di nostra figlia Elsa. Per te che sei il mio compagno di vita. Per te che dopo le nostre litigate torni sempre a casa. Grazie di aver scombinato la mia vita sconclusionata quel pomeriggio di inverno di sette anni fa. Ti sceglierei mille e mille volte ancora. Così come sei. Così come sai.
Buon compleanno Lele.