L’ ultimo giorno di scuola della mia vita è stato probabilmente uno di quegli eventi su cui mi sono sempre fatto molte domande e che ho provato ad immaginare mille e mille volte. Quante volte mi sono chiesto “come mi sentirò?”, “mi mancheranno la scuola, le compagne (sono l’unico maschio della classe) e gli insegnanti? “mi farò travolgere dalle emozioni?”
Nei fatti, l’ultimo giorno di scuola si è concluso con il tradizionale rito del Liceo Santa Rosa: l’adunata degli studenti della classi quinte che, tutti abbracciati in cerchio nel piazzale, cantano “Notte Prima degli Esami”. Per spirito di corpo mi sono ovviamente unito agli altri, ma non ho cantato perchè detesto la banalità di questa canzone ritenuto l’inno universale dei maturandi.
Alle 11.00 la mitica bidella Maria (lei si che mi mancherà tantissimo) suona per l’ultima volta della mia vita di studente la campanella. Improvvisamente mi rendo conto che adesso è veramente finita. Vivo il momento come se stessi guardando un film: attorno a me tutti piangono, si abbracciano, si scambiano i classici auguri e raccomandazioni per gli imminenti esami. Circondato da questo tripudio di lacrime e nostalgia è già solo difficile deglutire, figuriamoci continuare a mantenere l’aspetto da “duro” che uso per non farmi sopraffare dalle emozioni. Scansando le pozzanghere di lacrime delle mie compagne che allagavano il piazzale, mi incammino verso casa. I miei genitori mi accolgono facendomi mille domande. Sono più emozionati di me perché, sebbene sia l’ultimo giorno di scuola della mia vita, lo era anche un po’ per loro. Speravano che avessi tantissime cose da raccontare, impressioni e cose da dire. Invece, per evitare un nuovo turbinio di sensazioni mi limitai a rispondere dicendo “e che devo dire, menomale che è finita”. Rimasero a bocca aperta, delusi dalla mia battuta: speravano in una risposta più articolata. La verità è che in quel momento stavo finalmente realizzando cosa era appena successo e il sentimento prevalente, oltre al sollievo per la fine della scuola, era di profonda tristezza. Durante il viaggio in autobus, con le cuffie in testa e i pensieri che viaggiavano più forte delle note di David Bowie (Life on Mars), realizzo che da oggi sono un pochino più solo: non avrò più le compagne di classe, il mio “gruppo” con il quale ho condiviso gioie e dispiaceri, scoperte ed avventure per anni. La scuola non sarà più il luogo sicuro dove vivere al riparo da tante cose che affannano “i grandi”. La mia confort zone è finita. Ho sempre desiderato diventare adulto, e adesso che sta succedendo, vorrei che il tempo si fermasse. Oggi, a distanza di giorni e con l’esame che ormai è arrivato, mi rendo conto che il passaggio è veramente uno di quelli epocali nella vita di una persona.
Sono consapevole che questo momento lo hanno vissuto tutti e che tutti più o meno lo hanno superato. Penso di affrontarlo con la serenità derivante dalla preparazione che i miei insegnanti mi hanno dato in tutta una vita di scuola. Mi farò forza pensando alle mie compagne che vivono la mia stessa situazione. Sarò determinato a chiudere questo bellissimo capitolo della mia vita, curioso di leggere il prossimo che sarà ambientato in una università.
Sono arrivato al 17 Giugno, il giorno prima della prima prova scritta; provo un misto di ansia, terrore ma anche sollievo per quello che sarà l’esame, più che agli scritti, penso costantemente all’esame orale, quando il presidente di commissione reciterà la frase di rito che sancirà la fine di un mondo: “basta così, può andare”. L’unica cosa che in questi giorni mi spinge ad andare avanti in questo caos emozionale è il pensiero di quel momento, perché vuol dire che sarò finalmente libero. Poi scoprirò che rimpiangerò i giorni passati tra i banchi di scuola e che canticchierò anche io “notteeeeee prima degli esami……”.
Gabriele Maria Bellucci