Dark Light

Il Natale de ‘na volta oggi ce lo racconta Massimiliano Capo. Operatore culturale, ama la buona musica e le tradizioni. Tra un sorriso e un pizzico di nostalgia, ecco i suoi ricordi del Natale di un tempo passato. Buona lettura.

Allora, vediamo. Il mio Natale è un elenco. Di persone, di cibi, di regali fatti e ricevuti. È, ormai, anche e soprattutto un elenco di persone, cibi e regali fatti e ricevuti che non ci sono più. Il mio Natale è una grande nostalgia e un gran sorriso. Allora, vediamo. La vigilia: pastasciutta con sugo di pomodori e capperi. Il mio preferito tra tutti i sughi possibili. Eppure lo mangio solo il 24 dicembre di ogni anno. Per cominciare, rustici con le acciughe e, a seguire il primo, insalata russa, insalata di rinforzo, maionese e pesci, bolliti e arrosto. Per il pranzo e la cena di Natale: antipasti, cappelletti in brodo, lasagne, arrosti vari. A chiudere pan gialli, pan pepati, pasta con le noci e il cioccolato. Torroni, panettoni e pandori. Poi io, il 26 andavo dai nonni a Capodimonte, il nonno Gigi e la nonna Nanna e poi lo zio Otello e la zia Rosa e con loro Fabio e Marianna che rientravano al paese da Roma, e mangiavamo insieme davanti al caminetto acceso. A tavola, a Viterbo, eravamo in sedici. Io, il babbo, la mamma e mia sorella. Poi, la nonna Ada, zia Lia, zio Mario, Luciano e Gianfranco. E ancora, Aldo, Silvia, Toti e Paco. La nonna Maria, nonno Ciccio e la zia Rita. E poi Lady, il collie della nonna Maria. Andavamo a casa di Aldo, mio zio, che io non ho mai chiamato zio. Ci divideva e ci divide anche oggi la distanza di quattro passi. Una grande sala, libri alle pareti. L’albero di Natale, un piccolo presepe, il caminetto. Prima della cena, mentre in cucina c’era chi si occupava di preparare le pietanze, io e i miei cugini e mia sorella facevamo la nostra recita di Natale. La provavamo nelle settimane precedenti per la sera della vigilia. Poesie, canzoni, piccole coreografie di cui rimane traccia nelle foto dell’album di famiglia. Un palco improvvisato su una panca, una tenda a fare da sipario. E poi dopo cena, le chiacchiere, i giochi a carte, gli sguardi, i sorrisi. La gioia dei regali appena scartati, la sorpresa che ogni volta potevamo leggere ognuno negli occhi degli altri. Le giacche, le cravatte, i vestiti della festa. L’eleganza sobria che racconta il piacere del rito condiviso, della comunione degli affetti.

A ripensarci oggi, i ricordi sono la misura esatta del tempo trascorso. Inesorabile. Molte delle persone che sedevano a tavola con me oggi non ci sono più. Sono nel mio cuore, e affollano la tavola del Natale ogni volta che lo sguardo si ferma su una foto, un oggetto, un profumo, pronti a rammemorare quello che lo scorrere degli anni ci ha sottratto. Col dolore che, anno dopo anno, scivola verso la gratitudine. Verso la sensazione dolce di aver vissuto circondato d’amore e piacere di stare insieme. Condividendo, laicamente, la radicalità e il mistero, la magia, della vita che viene al mondo. E col sorriso che vedo nascere sul viso di Giorgia, la mia nipotina, che anche se non crede più in Babbo Natale, lo aspetta con la stessa ansia con cui lo aspetto io che, invece, ancora ci credo.

Massimiliano Capo

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