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Il Natale de ‘na volta oggi ce lo racconta Mauro Galeotti. Giornalista, memoria storica e fotografica della nostra città, autore di pubblicazioni dedicate a Viterbo.
Ecco i suoi ricordi.


Intanto Buon Natale a te, che hai la bontà di leggermi, e a Cristina Pallotta, mia amica del cuore.

Sono nato a Viterbo il 2 gennaio 1951 nel Convento di santa Maria del Paradiso, i miei erano sfollati, prima abitavano agli Occhi Bianchi, sulla Strada Tuscanese.

I miei, gente amante del lavoro, delle tradizioni, mi hanno insegnato a vivere il Natale come una festa che deve entrare nel cuore e lì rimanere. Gli ingredienti? Albero, presepe e Gesù Bambino.

Era una festa che radunava mia mamma Bruna Matteacci, mio padre Vinicio, i miei nonni materni, Maria Ceccarelli e Giuseppe e il fratello di mia mamma Bruno, tutti insieme, uniti.

Non era il Natale cosiddetto normale, perché eravamo legati al lavoro di mia nonna materna, che svolgeva l’attività di fruttivendola in Via della Vittoria, oggi Via san Bonaventura.

La bottega a Natale restava aperta al pubblico, era un giorno importante per il lavoro della nonna, considerato proprio che a Natale i clienti acquistavano e spendevano per il pranzo e la cena.

Mio nonno, calzolaio, il giorno di Natale non lavorava e veniva alla bottega per aiutare sua moglie, in quella bottega dove io trascorrevo tutte le giornate da bambino, facevo i compiti, giocavo tra le cassette di frutta e molto tempo lo trascorrevo in strada con i miei amici.

Una bottega che aveva il gabinetto e la cucina in una stanza alla quale si accedeva salendo alcuni gradini.

La presenza della cucina allontanava la necessità di recarsi a casa e quindi a Natale restavamo sul luogo del lavoro, ma a noi stava bene perché eravamo comunque tutti insieme.

I miei genitori in quell’occasione addobbavano la bottega con fili d’argento che fermavano attorno alle cassette delle mele, delle pere e degli altri frutti, inoltre essendo stato in precedenza quel locale una macelleria, erano rimasti travi in ferro, ove erano gli uncini, sui quali erano appesi i quarti di carne, e lì altri fili d’argento che mio padre attaccava salendo su una sedia.

Mio padre a Natale non lavorava, era muratore, e allora dedicava il suo tempo tutto intento ad abbellire la bottega, io ero piccolo e guardavo, non potevo fare di più, ma godevo veder abbellita la bottega che mi appariva diversa e più bella di sempre.

Mia mamma e mia nonna intanto vendevano ai clienti ananas, cachi, arance, banane, uva, fichi, datteri, la frutta secca, castagne, le nocciole e le noci, frutti che sulle tavole a Natale non potevano mancare. In regalo ai clienti c’era sempre un rametto di vischio che la credenza popolare vuole come amuleto contro le disgrazie e gli influssi negativi.

Ad una certa ora della sera mia mamma, mio padre ed io andavamo a casa al Paradiso e mia mamma preparava la cena per tutti, una cena accanto all’albero di Natale che mia mamma con suo fratello avevano addobbato qualche giorno prima.

Un albero vero con tanto di vaso in terracotta con qualche palla in vetro, qualche candelina di cera con la molletta di metallo per attaccarla ai rami e qualche cioccolatino.

Agli occhi di oggi è un albero di Natale povero, ma a me bambino riempiva gli occhi e la voglia di mangiare quei cioccolatini era davvero tanta.

In quel periodo, intendo la fine degli anni ’50 del secolo scorso, a Natale i genitori non regalavano giocattoli come accade oggi, ma sulla tavola non mancavano il torrone e il panettone che bastavano a rendermi felice.

I regali a Viterbo si donavano ai bambini per Sant’Andrea e per la Befana, per la mia gioia erano due appuntamenti ambiti, ricordo un giocattolo in particolare, era un carrarmato che si muoveva e che emetteva le scintille grazie ad una minuscola pietra focaia che poggiava su una rotellina dentata, il mio stupore era immenso.

Ai miei tempi il Natale era in famiglia, accanto all’albero e al presepe, era un momento per ritrovarsi tutti insieme col Bambinello Gesù, così tanto adorato

dalla famiglia di mia mamma perché a Gubbio, loro città di origine, si festeggia a Natale il Bambinello che porta anche i doni ai bambini.

Il Natale oggi per le famiglie è con gli stessi sentimenti di una volta, ma troppo ricco, troppo sfarzo, troppa corsa all’albero più addobbato, pieno zeppo di oggetti, di luci, di festoni e ai suoi piedi una miriade di scatole coi regali. È il consumismo che ha soffocato tanti valori semplici e genuini, ma devo ammetterlo, la gioia che provo oggi da nonno di due bellissimi nipoti, Sara e Matteo, di quattro anni ciascuno, quando si gettano sui pacchi con dentro un giocattolo per loro, vederli curiosi, felici e sorridenti mentre li scartano, mi fa sentire un nonno gioioso, e non posso fare a meno, infatti guardo la nonna Orietta, mia moglie, che ci trasmettiamo con gli occhi la soddisfazione che a Natale… si è ancora più nonni.

Mauro Galeotti (71enne)

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