Ritroviamo con grande piacere Mia Cappelli, storica commerciante del centro, apprezzata per le sue eleganti e raffinate borse e scarpe da cerimonia, in vendita fino a qualche anno fa nel suo negozio in Corso Italia. Apprezzata scrittrice, autrice di racconti, raccolti nel suo libro Frammenti di un sogno. Mia ci racconta il Natale dei suoi 17 anni. Tra neve, corbezzolo e brodo di gallina. Ecco i suoi ricordi di un tempo passato.

Avevo 17 anni quando una mia carissima amica sarda, sapendo quanto fossi affascinata dalla Sardegna, mi parlò delle usanze del Natale, nel sud dell’isola dove lei abitava, e mi incuriosì così tanto, da accettare il suo invito a trascorrere il Natale da lei.
La difficoltà fu il “permesso” dei miei genitori, riuscita a ottenerlo la raggiunsi il 22 di dicembre. La mattina della vigilia, un gruppo di ragazzi e ragazze mi “annunciò” che avrei trascorso una notte di Natale indimenticabile.
Presero un vecchio camion di famiglia, e all’interno posizionarono due lunghe panche, perché saremmo stati in 20 ad occuparle. Con noi anche un giovine prete che aveva con sé un sacco di juta, con all’interno candele e moccolotti, che teneva stretto come una reliquia. Sul camion venne caricato un agnello ricoperto da un telo bianco. Sporte di paglia contenenti succulente pietanze, il cui profumo impregnava l’aria dell’interno. Formaggette di piccanti qualità, frutta, e dolci tipici del Natale sardo. Per me salire sul camion fu un’avventura: mi vennero in mente le parole di mia madre che mi chiamava “Principessa di Cristallo”, e fare i 20 km di strada sterrata, sobbalzando per l’impervietà del terreno, non riesco a descriverlo. Il tendone del camion con il vento sbatteva, e noi, infreddoliti, avremmo dovuto raggiungere un casolare ai piedi di una montagna, dove si trovavano anche casette di legno, per la realizzazione di film western, essendo il paesaggio ideale. Il tragitto mostrava ovili solitari, avendo le pecore raggiunto la pianura, e mi ricordavano i versi di D’Annunzio , che stavo studiando. “Settembre”, I miei pastori lascian gli stazzi e vanno verso il mare…”. Arrivammo al casolare – disabitato da tempo. Qui? le donne, in un determinato “periodo dell’anno” si recavano in penitenza a pregare. Per scendere dal camion, fui sollevata da più braccia, il freddo si stava facendo sentire. Ammirato il paesaggio fiabesco, decisi che sarebbe stato meglio per me entrare all’interno del casolare. Ci accolse una stanza piena di polvere, un grande camino e un vecchio paiolo incrostato di ruggine. I ragazzi scaricano la legna dal camion e si adoperano per accendere il fuoco. Non fu facile, tanti i tentativi, finalmente un hurrà! In primis l’agnello fu messo davanti al camino con accanto una pentola di coccio, con un pennello immerso nell’olio, contenente vari aromi, per spennellare la carne durante la cottura, che sarebbe avvenuta con il fumo. Il vociare di tutti, con risate sonore, era di un volume impressionante. Noi ragazze ci adoperiamo per pulire un vecchio tavolo di spezzoni di legno, i ragazzi scaricano le lunghe panche. Risate, balli sardi, ritornelli di canzoni, arriviamo alle 23,50. Ad un certo momento, Padre Tore, diminutivo di Salvatore, incominciò a battere le mani, richiamando la nostra attenzione. Ragazzi, in un tempo lontano, Maria di Nazareth, tra qualche minuto avrebbe dato alla luce Gesù. Onoriamo Maria! Posizionatevi in cerchio, e cantiamo l’Ave Maria in sardo. Momenti da brivido, di commozione irripetibile, le candele e i moccolotti accesi, resero la povera stanza magica. Sentii scendere sul viso lacrime irrefrenabili, come le colature delle candele accese cadono a getto su se stesse. Dopo l’Ave Maria esco dal casolare con in mano una candela accesa, e ai miei occhi appare il paesaggio di un presepe, ed io mi sento una pellegrina penitente che si reca alla grotta dell’Avvento. Rientrai, l’agnello messo in tavola, cotto al punto giusto con il fumo dalla mattina, altre pietanze, e litri di Vernaccia arricchiranno la nottata. Chi mangia la carne con pane Carasau e chi era arrivato al cesto dei dolci natalizi, accompagnandoli con bicchieri di Sangria. Chi avrebbe dovuto, dimenticò di portare la tombola, allora giocammo a carte, più mazzi da ramino e napoletane che ci permisero scope e briscole “litigiose”. Giocando e ridendo per effetto della Vernaccia, il tempo stava passando velocemente, e non ci accorgemmo che fuori nevicava abbondantemente. Anna Paola consigliò di rientrare al paese, ma Vincenzo rispose che non dovevamo preoccuparci, il camion poteva affrontare anche la neve abbondante. Il mattino successivo, dopo aver dormito con la testa appoggiata sul tavolo, o seduti a terra con le spalle al muro, decidemmo che era giunta l’ora di partire. Prima di riposizionare le panche sul camion, i recipienti contenenti l’abbondante cibo rimasto della sera, alcuni ragazzi decisero di mettere in moto il camion per riscaldare il motore, ma quest’ultimo non volle saperne di “cantare”, vani gli innumerevoli tentativi. Rientrammo tutti nella stanza, e invece di essere preoccupati, incominciammo a ridere. Pranzammo e Antonino cercò di tranquillizzare tutti. In paese non vedendoci ritornare, sarebbero venuti a prenderci. Nel tardo pomeriggio venne uno dei “padri”, con un trattore, e trainò il camion con noi di nuovo ai nostri posti. Presi freddo tra il caldo del camino e l’aria pungente della sera, giunsi al paese che ero di color rosso vermiglio pur avendo i brividi. In casa di Anna Paola la mia temperatura segnò 40 di febbre. Guarii dopo un settimana, con tazze fumanti di brodo di gallina e aspirina. Nel lasciare l’isola, salutai e ringraziai gli amici per avermi fatto trascorrere un Natale che avrei ricordato per tutta la vita. La loro risposta mi sorprese: “Rimarrai nei nostri pensieri come la Principessa della Neve, per aver portato tanti fiocchi di neve la notte di Natale”. Sulla nave, nel viaggio di ritorno un “dubbio regale” si insinua nella mia mente. La mamma mi chiama “Principessa di Cristallo “, per la mia riluttanza nell’aiutare in casa, gli amici “Principessa della Neve”. Chissà che una timida e silenziosa gocciolina di “sangue blu” non possa scorrere nelle mie vene!
Auguri di Buon Natale a tutti voi.
Mia Cappelli