Eh sí, anche io ho qualche ricordo del Natale di una volta…
Ricordo nitidamente quei primi giorni di dicembre durante i quali, a causa dei primi freddi e della gelida tramontana viterbese, pensavo: “Ecco, arrivano le vacanze di Natale!”.
Ogni anno ci riunivamo tutti a casa della sorella di mio padre, la zia Luciana, che ai tempi abitava al centro, precisamente in Via della Morretta. Qui lei accoglieva calorosamente tutta la mia famiglia, compresa mia nonna Anna, molto nota a La Quercia. Io amavo questo giorno e fremevo alla sola idea: non tanto per la cena (in quel periodo avevo poco appetito, ma crescendo l’ho recuperato interamente, anche troppo!), piuttosto per i regali. Nonostante sapessi già che il regalo più bello me l’avrebbe portato la Befana qualche giorno dopo, io ero sempre pronta a rovistare nell’armadio dei miei, dove erano soliti nascondere i doni. Infatti sapevo che, aprendo l’anta della parte di mia madre, tra una gonna e un vestito, emergeva una scatola di scarpe rossa dietro la quale trovavo sempre qualcosa. Quindi la spostavo ed eccolo lì, il desiderato bambolotto con bocca e mani che sembravano vere, ancora sigillato e chiuso lì. Una volta accostate le ante con cura, non rimaneva che attendere.
Il giorno della Vigilia arrivavamo da mia zia alle sette in punto, per aiutarla ad ultimare i preparativi. L’unico ad arrivare più tardi era mio padre Alessandro, che ancora oggi tutti conoscono come Gianni L’Arrotino, dal mestiere che ha praticato sin da bambino insieme a mio nonno Giovanni Battista. La causa del suo ritardo era sempre la stessa: la bottega chiudeva alle ore 20:00 anche la sera della Vigilia di Natale, per aspettare il cliente che si fiondava fino all’ultimo minuto per comprare un regalo dimenticato. La bottega è tutt’oggi lì dove si trovava durante quei Natali passati, in via San Luca, sempre con lo stesso nome: “Coltelleria Forbiceria D’Agostini”, e oggi continua con mio fratello Marco. Era bello che mio padre, nonostante la stanchezza dopo una giornata di lavoro, riuscisse a venire a cena insieme a tutti noi. Quando suonava il campanello noi sobbalzavamo tutti, perché fingeva sempre di aver visto Babbo Natale mentre lasciava un sacco dietro alla porta di casa: a questa notizia io e le mie cugine eravamo felici, agitate ed elettrizzate al tempo stesso.
Mia madre Gentilina preparava ogni anno – e ancora oggi – una strepitosa dose di maccheroni con le noci, spaccate con cura due giorni prima. Ne faceva almeno tre o quattro vassoi, così che potesse regalarne anche ad amici e parenti. “É tradizione! Questi se fanno e se magnano!” diceva. Era tutto molto piacevole e caldo, un’atmosfera particolare che cerco di ricreare tutti gli anni in casa mia.
Quando parlo del Natale con mia madre, mi racconta sempre che non festeggiavano in maniera eclatante, perché purtroppo non avevano molto. Lei, figlia di contadini, abitava con la sua famiglia in campagna e la festa più sentita era quella del 6 gennaio. Quando si svegliava la mattina, trovava accanto al camino una bambola di pezza, qualche mandarino e tanto carbone. Non potevano poi mancare le castagne cotte sul focolare che, durante le fredde mattine invernali, infilava in tasca per scaldarsi le mani durante il tragitto verso la scuola, dove le mangiava per merenda. Che tempi… o, come dice sempre lei, altri tempi!
Mia zia e mio zio preparavano con cura tutti i particolari e, entrando in casa, si poteva percepire immediatamente il clima natalizio: tutto era pronto e rosso in tavola, dal centrotavola ai tovaglioli. Già pronte sul tavolino quelle prelibatezze che tutti aspettavamo impazienti: i classici tramezzini della zia, dei quali posso sentire ancora il sapore nella bocca. A seguire, le portate erano abbondanti e speciali: primo, secondo, una serie di frutti infiniti (l’ananas non mancava mai!) e i dolci. Dopo aver recitato le poesie di Natale, noi bambini non aspettavamo altro che i regali (anche se io, ficcanaso, almeno uno lo avevo già sgamato… talvolta, anche due). Una volta aperti i pacchetti, mentre noi bambini ci dilettavamo a giocare con i doni, mia nonna raccontava sempre qualcosa dei suoi Natali passati, soprattutto episodi natalizi il cui protagonista era spesso il mio caro nonno, scomparso tanti anni prima ma vivo ancora nella memoria di tutti noi. Lo chiamavano tutti Battista L’Arrotino, soprannome poi ereditato da mio padre. Nonostante provenisse da Belluno, in Veneto, qui lo conoscevano tutti e, camminando per le strade, non era insolito sentirlo chiamare a gran voce: “Arrotino! Arrotino!”. Questo antico mestiere lo aveva imparato insieme ai suoi tre fratelli, con i quali, pedalando, raggiungeva ogni giorno un paese diverso della provincia: Soriano, Caprarola, Vallerano, Vitorchiano… e tutti i ragazzini davanti a loro, ad osservare meravigliati le scintille causate dal contatto della mola con la lama dei coltelli di un pizzicarolo o magari delle forbici di un barbiere. Erano tempi duri, dove c’era poco e niente ma si andava avanti con i denti stretti e tante speranze per un futuro migliore. Questo raccontava la nonna, con il suo accento nordico e un velo lucido sugli occhi scuri. Asciugate le occasionali lacrime causate da questi racconti, partiva il gioco della tombola, che sempre doveva arrivare fino al tombolino. Già a partire dal terzo numero, mia mamma iniziava a sbadigliare senza remore e mio zio a gridare: “Sbatti ‘sti numeri! E pija quello nell’angolo del sacchetto, sennò non lo metto manco uno!”. Il sacchetto che conteneva i numeri era in realtà la federa di un cuscino, cucito accuratamente su misura.
“77, le gambe delle donne!” … “47, morto che parla!”… Già dal quarto numero qualcuno gridava “Ambo!”, seguito dai pianti disperati di noi bambini, che non vincevamo mai. Poco prima di mezzanotte poi, si partiva da casa per andare alla Messa di Natale: “Corri, corri! Sta a nasce Gesù Bambino!” diceva mia zia, da sempre devota alla chiesa, in particolare alla Madonna della Quercia.
Le cose con gli anni sono cambiate molto, in particolar modo quando sono diventata la mamma di Eleonora. Da quel momento ho iniziato a fare l’albero perchè era anche lei a volerlo, a decorare tavola, finestre, mobili con brillantini e strisce colorate, a trasformare la sua cameretta nella fermata di Babbo Natale, riempiendola di luci, candele e pacchettini. Adesso è lei a riempire queste giornate come non mai, tra melodie e canzoni di Natale. La gioia adesso è lei, il più bel regalo di sempre è quello che non ho mai trovato all’interno dell’anta dell’armadio di mia madre. Il vero dono di quest’anno e degli ultimi diciotto.
Ricordare i Natali del passato mi scalda il cuore e mi permette di tenere a mente i tre ingredienti principali per un Natale perfetto: Famiglia, Felicità e Serenità.
Buon Natale a tutti.
Simona D’Agostini e Eleonora Paris