Dark Light

Il ricordo del mio esame di maturità è qualcosa di sfocato, poco nitido, offuscato da ricordi molto più luminosi, molto più melodiosi, molto più liberi di un “prima” e di un “dopo”.
Era l’8 marzo 2020, faceva un caldo insolito e ricordo ancora quel vento che mi scompigliava i capelli mentre, con le mie compagne, viaggiavamo su una strada di campagna per andare al tanto atteso “pranzo dei cento giorni”; di quel giorno ricordo tutto, persino il sapore fresco delle fragole con la panna, ricordo la gioia, l’attesa di terminare quei cinque anni, la paura degli scritti… poi più nulla. Il 9 marzo 2020 il Presidente del Consiglio Conte annunciava misure di emergenza mai viste per salvaguardare gli Italiani: il Paese era in lockdown. Da una parte non mi è dispiaciuto stare chiusa in casa: non ho mai sofferto la solitudine, avevo modo di riposarmi, di accudire il mio cane che vedevo davvero poco durante i giorni di scuola; d’altra parte, mi ha devastato: le mascherine per andare a fare spesa, i sabati lontani dal mio gruppo di amici, le lezioni online. Mi sentivo come se si stesse portando via un pezzo di me, della mia adolescenza, della mia libertà e della mia spensieratezza, quella pandemia.
La notte prima degli esami l’ho passata a casa a sentire musica, a riflettere su quanto, in fondo in fondo, avrei preferito gli scritti piuttosto che un semplice orale dove il tema del colloquio era deciso dal fato, dove le mie sorti le decideva una busta da lettere che, se mi diceva bene, conteneva un’immagine, se mi diceva male conteneva una poesia di chissà quale epoca, di chissà quale autore, con chissà quante figure retoriche. Ho un ricordo sfocato anche di quella notte: forse il lockdown si era portato via anche quella sana ansia da maturanda o, forse, era meglio continuare ad ascoltare David Bowie piuttosto che farsi le paranoie su cosa sarebbe potuto succedere.
Il 20 giugno 2020 ho dato il mio esame di maturità al primo piano della sede centrale del Liceo Linguistico Buratti. “Marta, vieni!”, ricordo ancora aver esclamato la Professoressa di francese appena toccava a me e, di quel momento, ricordo ancora il mio sorriso nascosto dalla Ffp2 al vedere i miei insegnanti, al ritrovarmi davanti a delle facce così buone, familiari e pazienti; ricordo anche, come se fosse ieri, gli occhi pieni di gioia quando, finito l’esame, mi sono girata verso il mio ragazzo che era l’unico che era potuto entrare in classe ad assistere, zitto, fiero e forse anche leggermente più agitato di me.
Uscita dall’aula il cielo era blu, il sole spaccava le pietre e i fiori che mi aveva portato Daniele profumavano di buono, di estate, di felicità e di libertà. Era stata solo una piccola grande parentesi, quella della pandemia, che mi aveva portato via tanto, ma forse mi aveva dato anche qualcosa di più: ora mi stupivo del profumo delle peonie, del cinguettio degli uccelli e della leggerezza dopo un esame. Ora mi stupivo dell’estate. Ora mi stupivo di essere, finalmente, matura.
Marta De Alexandris

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