Dark Light

Voglio riproporre, in versione leggermente attualizzata, foto compresa, un mio racconto dello scorso anno. Scritto più o meno in questi giorni di fine agosto. Riassume in tre minuti di lettura l’intensità di un periodo dell’anno, vissuto col fiato corto, tra corse, rincorse e affanni, ricordato, temuto e amato per tutto il resto dell’anno.

È tornato quel periodo. Quello del cavetto dell’iPhone nella borsa perché una sola carica al telefono non è sufficiente. Quello dei tre caffè che alla mattina già non bastano più. Quello del frappè allo yogurt a pranzo o più spesso quello del “vabbè, pure oggi pranzo domani”. Quel periodo in cui quando senti squillare il telefono speri sia qualche call center che voglia appiopparti un Folletto o proporti l’offerta del secolo per il consumo di luce e gas, anziché sentirti dire: “Cristì, visto che fai la giornalista in Comune, sai per caso se quest’anno a Santa Rosa…” e giù una serie di richieste più impensate che prima o poi le pubblico tutte. Quei giorni che esci dall’ufficio che è sera. Che a casa ti perdono di vista per giorni. Pure il cane ti abbaia contro perché anche lui, come te, e per colpa tua, ha saltato il pranzo. Quel periodo in cui giri in ufficio scalza, con lo sguardo apparentemente perso nel vuoto ma che in realtà è concentrato sulle priorità da dare a quella dozzina di cose da fare, tra riunioni, conferenze e comunicati da predisporre. Quei giorni in cui a volte ti senti frastornata, come se ti avessero dato un mare di schiaffi. Quel periodo in cui fai cose senza senso, tipo pensare che quasi quasi ci starebbe bene una di quelle vecchie Marlboro che fumavi una decina di anni fa. Quel periodo in cui fai mille cose insieme. Perché tutte e mille sono urgenti. Che scrivi, scrivi e scrivi e hai sempre il pensiero di aver dimenticato di comunicare qualcosa di importante. Sono quei giorni in cui hai la sensazione di stare dentro il frullatore, che giorno dopo giorno aumenta i suoi giri fino a raggiungere la velocità massima tra gli ultimi giorni di agosto e i primi tre di settembre. Quel periodo che ti svegli in piena notte, perché sai di essere già in ritardo per il giorno dopo. Con tanta stanchezza addosso, quella che non ti fa dormire. Quei giorni in cui intorno a te senti parlare di un solo e unico argomento: la Macchina di Santa Rosa. È quel periodo di follia, di delirio generale. Quello che ogni anno arriva prima. Quest’anno praticamente a luglio.  Quello che ti fa fare caso a quanto sia buio alle 20,30. Quel periodo che tanto temi e al tempo stesso rincorri. Perché non ne puoi più fare a meno. Quel periodo in cui, una bella mattina di fine agosto, hai un irrinunciabile appuntamento in via Ascenzi. Con LEI. Che arriva a bordo dei mezzi di Fiorillo. Un rito che ormai si ripete e che dà inizio a tutto. Anche al ritmo diverso del tuo cuore che da quel momento inizia a battere in modalità Santa Rosa. È quel periodo in cui ami ancora di più quel lavoro caotico che ogni giorno, da sola, porti avanti con amore e passione dentro quell’ufficio stampa. Quel periodo che a Viterbo tutto viene rimandato. In attesa che arrivi il “dopo Santa Rosa”. Io invece ho il privilegio di viverlo questo periodo. Questo mio lungo “Sabato del villaggio”. Questi giorni di fine agosto che hanno un sapore particolare. Un profumo che si respira solo nella mia città. In queste settimane di attesa. Solo in questi giorni. In questi giorni, “prima di Santa Rosa”.

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