Dark Light

 di Cristina Pallotta

Si sente ancora. Ogni tanto, in certe sere, si sente ancora quell’odore nell’aria. Il profumo dell’estate. Che non saprei definire e nemmeno descrivere. È quello. E lo riconosci ogni volta che ti capita di sentirlo. La sera, dopo cena. Come quelle sere, dopo cena, di tanti anni fa. Quando si “scendeva di sotto”. Quando mio padre ci portava alla Crocetta.

Primi anni 80. Io ero piccola, mia sorella più grande. Erano ancora gli anni che senza di lui non si scendeva. Avevo dei sandali rossi. Li ricordo ancora. Con dei brillantini argentati. Non era ancora buio. Le rondini volavano, alla ricerca del proprio nido sotto i tetti delle case. Di sotto c’era Dino, amico di mio padre, e con lui le figlie Simona e Ombretta. E poi Simona “di sotto”, Roberto, Fabio, Mirko. Dopo un po’ di anni sarebbero arrivati Emanuela, Gianni e Barbara, Gabriele, Cristiano e la sorella Eleonora, Romina, Rosella, Alessio e Vincenza e tanti altri ancora. Ricordo i bruscolini, quelli che mangiavano sulle scale della chiesa Laura e Mimmo. L’Irma sul terrazzino che controllava il nipote Roberto. La Pierina e la Gentilina tenevano sotto controllo la situazione. Vergoni, con i suoi capelli bianchi, con il saluto sempre pronto, affacciato al suo di terrazzino, poco più avanti, prendeva il fresco. Si giocava a tappetti, sui gradini della chiesa. Oppure a nascondino. Si faceva la conta tradizionale per chi doveva “ammucciarsi”. Ambarabaciccicoccò, tre civette sul comò. Oppure il classico Ponte ponente, ponte p, tappettapperugia. Ponte ponente ponte p, tappetapperì. Qualche volta si sceglieva il metodo “olio sale e pepe”.  Con il dito indice sotto il palmo della mano di uno di noi. Alla chiusura del palmo, chi rimaneva per ultimo doveva iniziare a contare e cercare chi si nascondeva.

Ci si ammucciava addosso alla porta marrone, quella porta che sarebbe poi diventata  l’ingresso del comitato festeggiamenti. Quasi sotto il lampione. Tana per meeeee!! Sembra di sentirlo ancora. O ancora meglio, tana libera tuttiiii!! Certe botte addosso a quella porta! Che più che liberare tutti noi sembrava dovessimo liberare il mondo intero. Giocare a nascondino significava anche trovare la scusa per andare a prendere il gelato. Si andava da Bonanni, al Corso. A un certo punto sparivano tutti. Non si trovava più nessuno. Restava solo l’eterno ammucciato che cercava gli altri in ogni angolo della Crocetta e zone limitrofe, chiedendo suggerimenti a chiunque assisteva al nostro gioco da un terrazzino dei palazzi.

Si cercava dietro la fontana, dietro le macchine parcheggiate su via Mazzini, su tutta via San Rocco, fino ad arrivare all’ingresso del campetto della chiesa della Crocetta. Eh già. Quel campetto. Quanta vita e quanta storia là dentro.

Insomma. Tutti spariti. E dopo una decina di minuti ecco riapparire alla spicciolata tutti quanti. Alla ricerca di nuovi posti in cui nascondersi. Ricordo salutavamo gli scopini che passavano in tarda serata. Si, gli scopini. All’epoca si chiamavano così. Raccoglievano i sacchi dell’immondizia appoggiati sotto la torre e fuori i portoni degli abitanti del quartiere. Alle 11 (le 23) si tornava a casa. Mio padre fischiava e mia madre ci apriva il portone. C’era profumo d’estate in quelle sere di tanti anni fa. Di tanto in tanto si sente ancora. E per un attimo ti fermi. Lo respiri. E sorridi pensando a quel tana libera tutti urlato addosso a quella porta, in piazza della Crocetta. A quando tutti noi eravamo liberi. Liberi davvero.

3 comments
  1. Noi d estate rientravamo al mare….ma il fischio di papà Gianni, le rondini della sera , le corse per le gradinate della crocetta e via mazzini con le Procopio….me le ricordo benissimo anche io….(che ho giocato più con Laura!!). L amico del tuo papà invece non mi sovviene…. ma chiedo . La tua narrazione mi ha riportato indietro di oltre 40 anni!! 🥰🥰 grazieeee!!!

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