Dark Light

No. I paletti e la traversa di legno non ci sono più. Non si vede più la vernice bianca che per anni ha delineato i confini della porta dove fare gol. C’è rimasto qualcosa della struttura del canestro, collocato sul muro che confina con via San Rocco, verso il Palazzaccio. Non c’è più la tettoia dove stavano le auto. Non c’è più la sbarra di ferro che chiude una pacca del cancello di ingresso dove ci facevamo la capovolta.

È un pomeriggio di metà agosto. Anno 2019. C’è Renzo Lucarini che parla ai bambini e scandisce il passo. La base è lì. In mezzo al campo. C’è ancora il piccolo cancello verniciato di blu, un blu scolorito dal sole. Dalla pioggia. Dal tempo. È il cancello che separa il campetto dal giardino. Quel giardino! È chiuso, ma gli occhi sbirciano. Vedono. Si chiudono. Ricordano. Tornano indietro. Negli anni. Parecchi. Più di 40.

Erano i giorni delle prove della minimacchina. I giorni che precedevano la festa di Santa Rosa. C’era padre Alberto. Noi ragazzine preparavamo le bandierine. C’era una stanza grande. Di sotto. Quelle bandierine venivano attaccate sulla piazza, su piazza della Crocetta. Rimanevano per alcuni giorni.

Per la minimacchina e per il 3 settembre, per salutare i facchini, quelli grandi, che verso le 20 si fermavano proprio lì, alla Crocetta per un saluto, prima di passare dalla basilica di Santa Rosa per poi iniziare il percorso a ritroso, fino a San Sisto. Le prove per la minimacchina cominciavano subito dopo Ferragosto. Il pomeriggio, verso le 17, si iniziava. Niente più biliardino. Tutti in quel campetto, dove fino a pochi minuti prima si giocava a pallone o a pallavolo. Le ragazzine si mettevano sotto quella tettoia, accanto alle Bmx dei ragazzini che facevano le prove. Le prime prove di coraggio. Le prime prove da minifacchino. Il passo. Uno, uno, uno. Era Renzo a scandirlo.

C’era una base, di ferro, con la quale si facevano le prove. Ricordo facevano dei giri dentro il campetto. E poi giù, la discesa di via San Rocco. Sopra ci si mettevano seduti i grandi. Per aumentare il peso e renderlo il più simile possibile a quello reale. Quello che avrebbero dovuto portare sulle loro spalle “i facchinetti”.

La “Machinetta” l’aspettavo sulla finestra insieme a mia madre.

Il suo arrivo era preceduto dal chiarore delle luci sul palazzo davanti. Io rispolveravo per l’occasione una scatolina di latta. Colorata. Fondo beige. Con delle bamboline disegnate sopra. Una specie di cofanetto con un manico di gomma per tenerla. La tenevo con una mano. Nell’altra tenevo un cucchiaio. Lo battevo addosso al cofanetto. Era il mio tamburo. Per accompagnare la banda a modo mio. Per fortuna non cadde mai di sotto.

Quando ero più grandina, la minimacchina l’aspettavo sui gradini della fontana. Quella fontana che ricorda il miracolo della brocca risanata. Ricordo ancora l’odore forte delle fiaccole accese, sopra il bordo di quella fontana e sopra i gradini della chiesa. Ci sgridavano se ci avvicinavamo troppo. Ricordo tanti minifacchini, soprattutto quelli che abitavano tra via Mazzini e la  Crocetta. Roberto. Fabio. Cristiano. Gabriele. Mirko. Gianni. Ricordo Alessio. Alessio Malè, diventato poi facchino di Santa Rosa della Macchina grande, quella del 3 settembre.

Padre Alberto non c’è più, della chiesa e del giardino se ne è preso cura fino a un anno e mezzo fa Orfeo, un uomo buono e gentile. Non c’è più neppure il caro Renzo. Ma il suo ricordo continua a vivere dentro quel campetto, dallo scorso agosto intitolato e dedicato alla sua memoria. Il posto di Renzo da diversi anni lo ha preso Alessandro, il figlio. Ma il caso ha voluto, che quel pomeriggio di agosto del 2019, tornassi in quel campetto in un giorno in cui c’era Renzo a insegnare ai minifacchini come stare sotto la Macchina.

Un tuffo al cuore. Bello ritrovare tutto come quegli anni della mia infanzia. Sono uscita da quel campetto frastornata, emozionata, con mia figlia incuriosita, che si guardava intorno. Erano giorni che ci pensavo. Ho sentito il bisogno di portarla. Di portarla li. Dove tutto è cominciato. In quella chiesa e in quel giardino che Rosa ha conosciuto. Da viva e dopo la morte. Il viaggio verso il monastero per il sogno di un Papa. Una tradizione. Una storia. Una fede. Un rito che dopo quasi 800 anni è sempre più vivo.

Quando passa la minimacchina del centro storico.. ci siamo! Significa che manca davvero poco al 3 settembre. Il suo giorno. La sua festa. La festa eterna di una città intera. È bello vedere tanti bambini credere in qualcosa di puro, dedicare i loro sforzi alla Santa della propria città. È bello vedere tra quei tanti piccoli facchini anche quella bimba, la mia, che in quel pomeriggio di agosto, ad appena due anni, si è innamorata di quell’aria di festa, di quell’aria di casa. E allora piccoli facchini, avanti!! Santa Rosa aspetta di attraversare la sua Viterbo sulle vostre spalle. Quanto agli abitanti della Crocetta, mi raccomando, tutti di sotto o sui terrazzini. Che stasera, passa la “Machinetta”!

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