Sono sempre stato “malato” di Natale. Malato al punto tale che da bambino il mio conto alla rovescia cominciava più o meno con l’inizio dell’anno scolastico. “Tanto adesso è Natale”, dicevo, e hai voglia a dirmi “ma siamo a Ottobre, ci manca ancora un sacco di tempo” (ed in effetti ci mancava davvero UN SACCO di tempo, perché il tempo misurato dai bambini non passa mai mentre quello misurato da adulti pare scorrerci tra le dita come sabbia in una clessidra), hai voglia a ripetermi “ancora deve venire sant’Andrea”.
Partiva il conto alla rovescia. Ed arrivava puntualmente UN preciso giorno in cui sentivo che, veramente, il Natale eccolo. Perché cambiava il profumo dell’aria della notte. Mi spiego: io aprivo le finestre della mia camera e respiravo l’aria della notte, e quando Natale era vicino l’aria prendeva (e prende tuttora) un’odore preciso, che si fa fatica a descrivere. Io lo chiamo “l’odore del natale”. E’ una fragranza alla cui creazione concorrono il vento di tramontana che pulisce l’aria, il freddo e un retrogusto di neve che mi immaginavo caduta chissà dove. E ancora oggi, da metà ottobre, mi ritrovo a respirare l’aria della notte e a dire “non ancora” fino a quando, da una notte all’altra, il non ancora si trasforma in “eccoci!”.
Per inciso, niente di più disarmante per me di qualche natale recente, quando il calendario segnava 25 dicembre ma l’aria era “non ancora”. Un natale mutilo, cui manca un pezzo.
Avevo un’altro “eccoci”, ed era esattamente quando le signorine dell’ UPIM, che poi avevo imparato chiamarsi commesse, allestivano i banchi delle decorazioni natalizie. Me ne accorgevo perché OGNI GIORNO andavo all’Upim per controllare, anche lì, se il “non ancora” si fosse trasformato in “eccoci”. Un anno ho addirittura aiutato (immaginarsi oggi, prego, le reazioni preoccupate) le signorine dell’Upim a metter su i banconi perché, accidenti, potevo toccare le cose di Natale. L’unica reazione, egoriferita ma giusta, di mia madre all’annuncio che avevo aiutato le signorine dell’Upim fu, e cito: “aiutare la madre no ma gli estranei sì”, con aggiunta di soavi corollari come “te compra chi non te conosce” e altri similari metodi educativi che han fatto la gioia e sicuramente parte della villa del mio psicanalista.
Il lavoro delle signorine precedeva di gran lunga quello dei commercianti del corso, che cominciavano l’allestimento delle vetrine molto dopo, e comunque mai prima dell’otto dicembre (usanza sacrosanta, perché al giorno d’oggi Leopardi diluirebbe anch’egli la sua poetica dell’attesa scrivendo “Il lunedì del villaggio”). Di dette vetrine (nulla di particolare, perché gli addobbi natalizi degli anni settanta erano, come del resto gli abiti, mediamente di inenarrabile oggettiva bruttezza) ricordo con il medesimo sgomento di bambino un’orrenda befana che andava su e giù fuori da un negozio di giocattoli alla fine del corso, probabilmente origine della mia inestirpabile avversione per il personaggio della Befana, responsabile ai miei occhi non solo di essere, al confronto di Babbo Natale, ‘na stracciona ma di lasciare regali, diciamolo, mediamente demmerda rispetto a quelli del suo concorrente maschile.
Ugualmente responsabile di non pochi incubi era un babbo natale meccanico che, evidentemente logorato dal ripetuto uso, mentre oscillava la testa a salutare i piccoli potenziali clienti rilevava di soffrire di una pericolosa e inappellabilmente definitiva forma di strabismo. Gemello di una “bella addormentata che respira” che dormiva soavemente custodita al Museo delle Cere di Piazza Navona, l’usura del cui motore le valse di essere da mia zia rinominata immediatamente “la bella addormentata con l’enfisema”.
Eppure, tutto questo era natale. Con gli alberi rigorosamente veri e rigorosamente sulla soglia della morte vista la quantità di aghi che seminavano nel soggiorno ispirando alla voce materna tutto fuorché canti natalizi. Con le ghirlande o d’argento o d’oro che ai giorni nostri, vista la sontuosità degli addobbi del terzo millennio, potrebbero al massimo funzionare come boa per Barbie Capodanno. Con le palle che si rompevano (quelle anche adesso), cui faceva immediatamente seguito il briefing di safety e security casalingo NONANDAREMAI PIU’SCALZOALMENO PER IPROSSIMIDUEMESIIIII, briefing bellamente ignorato ma profetico, visto che puntualmente non c’era natale in cui un minuscolo pezzettino di palla superstite non finiva prima o poi per infilarsi in un piede del sottoscritto con conseguenti lagni e piagnistei e telavevodettoio, mosepiagnitecedoelresto.
E le cene. Ora COME riuscissimo a consumare QUELLE cene della vigilia, e di Natale, e del 26 è un mistero che tuttora non riesco a spiegarmi. Gli antipasti, rigorosamente plurale. Le tartine a triangolo, rigorosamente un po’ secchette agli angoli perché fatte, tipo, alle due. I primi, uno brodoso e uno asciutto. I secondi. Le insalate. I dolci. I dolci. I dolci. Se lo facessi adesso, lavanda gastrica prima della mezzanotte. Eppure i nostri vecchi, impavidi, magnavano e facevano anche la scarpetta. Altre tempre, dicono. Secondo me, memorie di fami trascorse, invece. Ah, e la diatriba mai risolta se fosse più da signori l’Asti Gancia o l’Asti Cinzano, pop, stai attento, uh la tovaglia, vabbé porta fortuna, auguriii.
E la tombola. Sessantotto SEIIIIIIIIII OTTTOOOOOOOOO. 77. Sessantasette? NO, SETTANTA SETTE. 70? Sette! SETTE SETTE. “Le zampe delle donne”. Hahahahahahahhahahahahahahaha. E la messa. E poi a letto, che nella notte arriva Babbo Natale, che mi prefiggevo di aspettare sveglio crollando inesorabilmente sfiancato mezz’ora dopo la ferma risoluzione.
Tutto questo era Natale.
Oggi mi trovo a rubar tempo al tempo, con un natale che incombe, che mi coglie di sorpresa, che per motivi noti mi obbliga ad occuparmi di quello cittadino e non del mio casalingo e personalissimo natale. In quegli angoli di tempo rubato, quando con una musica natalizia in sottofondo mi impongo di preparare la casa per le feste e, come ho detto poco fa, a cercare l’odore del natale nell’aria, di “quel” Natale resiste ancora, ostinatamente, un piccolo orribile albero di natale alto si e no venti centimetri ma che era l’alberello piccolino che mi mettevano in camera. Cade a pezzi, ma io e la colla a caldo siamo imbattibili e con la luce giusta e nel posto giusto e nascondendo le pecche e rattoppando qua e là, oh, funziona. Hai voglia se funziona. Perché ogni anno, anche quest’anno, mentre lavoro di rammendi e fissaggi e rattoppi, dall’ombra di un sogno riaffiorano quelle figure, quei sapori, quei ricordi. Eccoci.